La vita, semplicemente. La cosa più difficile da raccontare. L'esordio della regista coreana Yoon Dan-bi. Trasparenza, pudore, verità.
La casa del nonno sembra vuota e invece è piena di cose. All'inizio non è facile orientarsi, ci vuole un po' per conoscerla e abitarla come si deve, per trovare lo spazio giusto in cui stare da soli o godersi un pranzo in compagnia, in cui giocare, fantasticare, stare male, fare balli scemi, sprofondare nella malinconia. È come una grande sala di attesa, in cui tutti aspettano che accada qualcosa. L'attesa di una fine o di un inizio, un amore acerbo, una nuova vita, un matrimonio che non vuole finire, un futuro che fatica a definirsi. Non è così, la vita, a volte? L'attesa di qualcosa che abbiamo rinviato a domani, senza sapere bene cosa sia.
Okju è una ragazza adolescente, con un broncio perenne, che illumina il mondo quando si scioglie in un sorriso. Donju è il suo fratellino, che la cerca ed è spesso respinto da lei, dai suoi pensieri già grandi (…)

La giovane regista coreana Yoon Dan-bi (classe 1990), al suo esordio, padroneggia questa materia semplice, trasparente, con una sicurezza e una delicatezza straordinari. Senza mai sentire il bisogno di sottolineare o mettersi in mostra. Non c'è nulla di casuale nella costruzione dell'inquadratura (dalle geometrie alla tavolozza dei colori), quasi sempre in piano medio, mantenendo una distanza che è un gesto di rispetto nei confronti dei suoi personaggi, la loro intimità, ma proprio per questo riesce a restituire la complessità e la profondità dei loro sentimenti (…)
Pudore, ecco a cosa capita di pensare. Che è cosa ben diversa dal rigore. Il rigore può essere esibito, muscolare, quasi trionfalistico nella sua ascetica purezza. Il pudore invece è timido e gentile, non ha paura di sembrare naïf, o di lasciare spazio al non detto. Ha bisogno di poche semplici parole per esprimere un'idea o un sentimento. (…)
La vita, semplicemente. La cosa più difficile da raccontare.
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