L’ombra di una macchina da presa sembra quasi uscire dal corpo del regista, come fosse la sua anima, scorre sulla parete di un tunnel pieno d’acqua e scivola via; cammina lentamente il regista, e guarda (desidera) avanti, verso Salomé, verso la sua attrice-modella-corpo che sta diventando Lei, ma l’ombra si muove appena più in fretta di lui, come fosse il suo desiderio che lo precede, dentro un terzo movimento, quello della macchina vera e propria, che sta girando un film (ma cosa è davvero realtà e cosa il suo riflesso? dove finisce l’illusione del mondo e dove inizia il sogno del cinema?).

Ecco, prendiamo una sequenza del genere. Chi ha bisogno di trovargli una logica narrativa, di infilarlo dentro uno schema rassicurante e intellegibile? Visage è così, un insieme di fascinazioni visive e immagini che lo schermo fatica a contenere (cinema che trascende se stesso), una collezione di piani-quadri dotati di una sensualità traboccante, un viaggio attraverso gli universi paralleli del cinema e della vita.
Prendiamo un’altra sequenza, in cui c’è Fanny Ardant che sfoglia un libro di Truffaut, un dono del regista taiwanese (impersonato da Lee Kang-Sheng) alla madre morta (la madre di Tsai Ming-Liang è scomparsa mentre stava progettando Visage...); Fanny Ardant è sulla sinistra dell’inquadratura, in mezzo c’è il famoso acquario presente in tanti film di Tsai, e dentro l’acquario, sulla destra, compare lo spirito della madre, che si mangia una mela (ma chi è vivo e chi è morto? cos’è che separa i due mondi? il cinema può fermare il tempo e renderlo immortale? non è popolato di morti anche lui?). C’è bisogno d’altro, oltre la bellezza impressionante di quell’immagine, e tutto ciò che riesce a comunicare?

Visage comincia da una perdita d’acqua che diventa inarrestabile, e approda poi al rogo del passato, la madre morta e tutte le sue cose. È pieno di superfici che riflettono, di immagini in cui la trasparenza è un’illusione, mentre gli specchi rimandano immagini riflesse da altri specchi. È popolato di dialoghi al telefono che in realtà sono soliloqui, in cui c’è sempre qualcosa che manca, l’attore che non si trova più, il cervo sparito, l’attrice che non vuole più recitare... C’è anche una cena a tre, popolata di icone di Truffaut, ma non si sa chi le ha invitate e loro si sentono in trappola (le abbiamo invitate noi, sono nel nostro acquario cinematografico...). C’è la bellissima Laetitia Casta che danza e canta, e viene posseduta da Salomé, e oscura vetri e specchi. C’è Jean Pierre-Leaud (un mito per Tsai), che fa il funerale a un uccellino, ma «lui rimarrà per sempre», mentre Pasolini, Welles, Murnau, Mizoguchi sono passati.

Estasi o noia? Esercizio di mistica cinematografica (necrofila) o film su commissione pretenzioso e irrisolto? La critica si è divisa a metà su questa pellicola. Di sicuro pochi altri registi avrebbero girato un film su commissione del Louvre, in cui del Louvre vediamo quasi solo sotterranei, scale e angoli nascosti nel suo immenso labirinto, a parte una visione frontale del Battista di Leonardo Da Vinci.Tsai Ming-Liang ne ha parlato come di un film molto personale, che esplora la complessità del fare cinema e il misterioso mondo interiore degli attori, che mischia realtà e sogno abolendo la logica drammaturgica. Ma sullo sfondo c’è sempre lo stesso tema, il vuoto e il non-senso, l’assurdità dei nostri atti, il dolore impotente della condizione umana, a prescindere dalla nostra ricerca di bellezza, verità e amore.
