Cannes 2008: apri gli occhi!

01/07/2008 09:42

Fabrizio Tassi

Riflessioni,

Cannes 2008: apri gli occhi!

Siamo ciechi. E il cinema, quello buono, è un’istigazione a guardare davvero. Quello molto buono, oltre a costringerti a guardare (temi forti, impegno

Siamo ciechi. E il cinema, quello buono, è un’istigazione a guardare davvero. Quello molto buono, oltre a costringerti a guardare (temi forti, impegno, guerre, oscenità), ti fornisce anche gli strumenti per aprire gli occhi senza rimanere abbagliato (uno stile, una morale, una storia che sia un percorso di conoscenza, anche emotiva).

Certo, quando apri gli occhi e vedi Blindness – che, troppo preoccupato della metafora, si dimentica del cinema e del mondo – vorresti subito ripiombare nel buio. Ma perfino il brutto film di Mereilles, messo ad aprire Cannes 2008, aveva un suo simbolico perché, nella logica di un festival in cui per una volta la realtà non ha fatto la figura della cenerentola portata al ballo del principe (gli autori usano spesso i “grandi temi” per fare “grande cinema”): lo stile (non l’estetica), la morale (non il mo ralismo), le storie (non le Storie) di autori come Cantet, Eastwood, Jia Zhangke, Garrone, Sorrentino, Folman... hanno avuto la meglio sulla chiacchiera, l’egotismo cinefilo, il disincanto formato festa permanente.

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Blindness, seguendo l’intuizione di José Saramago, racconta un mondo ridotto in cecità, senza sapere perché, e rinchiuso in una galera-lager dove l’uomo dà il peggio di sé. Una specie di messaggio-viatico. Rinforzato dal fatto che, nei primi giorni di proiezioni, siamo passati da una galera all’altra, fosse la prigione con figli di Leonera (Pablo Trapero) o quella in cui l’attivista dell’Ira Bobby Sand viene torturato e poi si lascia morire di fame (Hunger di Steve McQueen). 

La prigione come simbolo delle contraddizioni drammatiche in cui ci dibattiamo, luogo dell’esclusione e del rifiuto, della paura e dell’oppressione, concreta o metaforica che sia. Le sbarre a volte sono quelle indissolubili di un patto criminale che non si può o non si vuole sciogliere (Gomorra), ma anche le colonne d’Ercole della me moria rimossa, quando la vergogna e la ragion di Stato hanno la meglio sulla verità, e per ritrovarla serve un surplus di coraggio e di immaginazione (Waltz with Bashir). Le sbarre possono essere quelle della razza e dello status sociale, che un professore prova a scardinare a parole (Entre les murs), ma anche del manicomio da cui riesce a uscire Christine Collins/Angelina Jolie, in lotta contro la società corrotta degli uomini (Changeling).

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Già a Venezia 2007, a giorni alterni, tirava una certa aria di emergenza civile, curiosità del reale, urgenza declamatoria, che aveva i suoi scivoloni retorici, ma aveva anche Redacted, La graine et le mulet, It’s a Free World, Heya Fawda (Il caos) di Chahine... Sappiamo che la qualità dei festival dipende spesso dal caso, e che le selezioni sono il risultato di fattori imponderabili. Ma ci piace pensare che stia accadendo qualcosa. Che la cinefilia (ri)creativa degli anni Novanta – quella che sapeva fare ottimo cinema ma non aveva idea di cosa farsene, quella che ha trovato nuovi modi per uccidere i “padri”, riconoscendo insieme il proprio debito – stia terminando la sua traversata nel deserto (tutte le scemenze sulla “morte del cinema”, e i modi per elaborarne il lutto, parente stretto di quell’altro equivoco che era la “fine della storia”). 

Se il cinema migliore, insieme alla consapevolezza del mezzo, e dei suoi limiti, ritrova il modo di fare concorrenza alle narrazioni del mondo che vanno per la maggiore, potrebbe perfino ritrovare un feeling con quel post-spettatore onnivoro e affamato “d’altro” che non si lascia più abbindolare dal marketing, compreso quello culturale. Il che non significa riprecipitare nel contenutismo spiccio, dio ce ne scampi!, o rinnegare il relativismo dei cinemi, che ci ha liberato dal moloch del “cinema giusto” (questo sì, quello no), ma di tornare a guardare al film come fonte di conoscenza, oltre che come emozione estetica (…)

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Ma stavolta, più della media, contano le scelte singole e le coincidenze multiple. Conta, ad esempio, che a Cannes sia arrivata una pattuglia italiana che ha fatto gridare al miracolo, e che questo nuovo matrimonio tra cinema e realtà passi attraverso due pellicole nostrane che danno l’impressione di scoprire due mondi mai raccontati prima (quello del passato andreottiano e quello del presente camorristico, così lontani e così vicini, figli legittimi della stessa concezione della società). Il Divo, il suo teatrino grottesco che usa tutte le possibilità retoriche del cinema, affronta una materia che i più in passato hanno giudicato fin troppo scottante e oscena per poterla raccontare davvero, e lo fa con una libertà che lascia esterrefatti. Gomorra, la sua realtà cruda che quasi cancella la retorica cinematografica, spazza via in un colpo solo il cinema delle anime belle e dell’impegno usato più che vissuto, perché qui la denuncia non ha bisogna di essere declamata, sta dentro le cose mostrate.
Guarda caso, agli ultimi posti della nostra classifica, oltre a Mereilles, troviamo i film di Wenders e Kaufman, che in questo caso sembrano rimasti al capitolo precedente, quello del cinema che si specchia in se stesso e si trova bello e intelligente, sentendosi legittimato ad affrontare questioncine come la Vita, la Morte e il Tempo quasi fossero temi contenuti (ed esauriti) nel loro fare cinema, e non viceversa. 

Il moderno e il post-moderno sopravvivono stancamente a quel “cinema gassoso” che si appresta a diventare qualcos’altro. Qualcosa che fortunatamente non sappiamo ancora de-finire, altrimenti sarebbe già fatto e compiuto, sarebbe già cinefilia.

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