C’è una bella differenza tra guardare le cose e vederle per davvero.

Uno guarda e pensa di vedere un albero, un soldato, un cielo alto e vuoto (poesia!), una nave inglese del Seicento che scricchiola proprio come una nave del Seicento (filologia!), una tribù di nativi un po’ hippy (nostalgia?), l’America, l’amore quello vero, l’innocenza perduta, civiltà & natura (civiltà vs. natura), la selvaggia pagana Pocahontas che diventa la cristiana civile Rebecca...
Quante cose uno crede di vedere mentre magari sta guardando solo i suoi pensieri, l’idea astratta di un albero o dell’America (o dell’arte dell’autore di La sottile linea rossa). Ma quando sei al cinema – non davanti a un’astrazione critica o un fantasma digitale – e stai guardando un film di Terrence Malick, allora capisci subito, vedi!, la differenza che c’è tra la rappresentazione, l’approssimazione, la verosimiglianza, e la visione.Tra il nostro modo un po’ distratto e un po’ annoiato (addormentato) di osservare le cose/pensare la realtà (brutta cosa il credere di sapere e di vedere) e l’occhio sempre vergine di questo regista-mago, che ha la virtù di contemplare il mondo come fosse nato ieri, facendolo rinascere sotto i nostri occhi (santo stupore pagano!).
Ecco allora il campo di grano, i gesti di lei, Mozart, il colonialismo, l’acqua increspata, la luce dell’alba e del tramonto, le Indie trovate e perse. Ecco l’America, il Nuovo Mondo (qualsiasi cosa sia), che guardiamo davvero per la prima volta, con gli occhi di chi lo vedeva per “primo”e di chi l’ha visto prima che esistesse (è davvero possibile un Nuovo Mondo senza gli stessi errori di sempre?).

Ascolti il preludio dell’«Oro del Reno», e già capisci che non è una questione di causa ed effetto, di dialettica drammaturgica, di spiegazione o dimostrazione (di cosa?). Siamo stregati da una “melodia infinita” che, tra domande vertiginose e mistici rapimenti, ha la presunzione innocente, ingenua, di aspirare al tutto, di far coincidere gli opposti dopo averli fatti deflagrare – anche natura e civiltà, sì, perché no, il tempo eterno circolare che puoi solo contemplare ammirato, e quello lineare, che corre precipitosamente verso la fine, riassunti nell’«Io sono» di Pocahontas/Rebecca.
La grammatica qui non è logica (della messinscena) ma intuizione (della realtà interiore ed esteriore): il tutto va accostato attraverso i suoi frammenti, echi, riverberi, ellissi, allusioni elusive. Lo spettatore può semplicemente abbandonarsi. Al pove- ro critico, invece, che deve razionalizzare, che vorrebbe capire e spiegare, non restano che i giochi di parole evocativi, i paradossi da “teologia negativa” (riesci a dire meglio ciò che non è), oppure la messa in prosa dei temi e degli scopi, che mortifica il senso stesso di quel modo di guardare.

The New World allarga lo sguardo (conoscenza), con lenti movimenti orizzontali, cammina insieme alla curiosità “animale” degli indigeni, che vedono avanzare le navi inglesi tra gli alberi, e penetra (immaginazione) dentro un percorso d’acqua e terra sconosciuta, insieme alla fame d’oltre del capitano John Smith. The New World verticalizza la visione, cerca la luce dal buio di navi, capanne e boschi fitti, ascende e ridiscende, aspettando una risposta che non pare mai arrivare, eppure ti sembra di ascoltarla (è un film di suoni, rumori, vento tra le foglie, acqua che scorre).
The New World è cinema che aspira a essere più che cinema: estasi, sinestesia, languore, iniziazione. Va goduto abbandonandosi al flusso.Va cercato dove apparentemente sembra più “vuoto”(di cinema). Per questo può perfino irritare. Chi scrive, si è perdutamente innamorato (nonostante Colin Farrell...) ed è convolato a giuste nozze a-critiche. «Madre dove sei? Nel cielo? Nelle nuvole? Nel mare?». Nel cinema? Perdersi per ritrovarsi, oltre la civiltà, oltre la natura.
