(…) Poi ci sono i film che escono dagli schemi, che sbaragliano le categorie e spalancano un mondo. Opera Jawa è quel film. Ipnotico, strabiliante, lirico, non facile, sia chiaro, ma così diverso da tutto il resto da rimanere impresso a lungo nella memoria.

Lo smilzo foglio di presentazione parlava di «un adattamento musicale filmico di un popolare capitolo del classico Ramayana, normalmente rappresentato nel teatro delle marionette indonesiano, il “wayang”, attraverso l’uso di musica gamelan e con l’ausilio di canzoni giavanesi, danza, recitazione, arte visuale e installazioni» (…)
Sono state coinvolte cinque compagnie di danza, ballerini di fama internazionale che hanno lavorato con gente come Peter Brook o Peter Sellars, una pattuglia di coreografi (Miroto, Eko Supriyanto, Tanto Mendut...) che ha creato 40 balletti, una squadra di artisti contemporanei che magari qualcuno ha visto di recente alla Biennale (Nindityo Adipurnomo, Entang Wiharso, S. Teddy. D., Sunaryo...) e soprattutto il prolifico Rahayu Supanggah (per questo film ha scritto 60 pezzi!), celebrato compositore di musica karawitan (…)
Ora passiamo alla sostanza. Che per noi profani sta innanzitutto nella “misura millimetrica” (dimensione tecnica della qualità) di quei gesti, nel dettaglio delle mani che disegnano letteralmente le emozioni, nei corpi che parlano con la danza usando sempre il “dialetto” (il movimento, lo stile) giusto, violento o poetico, atletico o appassionato, ispirato alla tradizione balinese o cooptato dalla scena d’avanguardia, su melodie indonesiane o ritmi dance.
Sta in quella scena in cui il triangolo amoroso al centro della storia viene visualizzato in un passo a tre dentro un campo, un controcampo, e la camera fissa sul letto: lei che nasconde l’altro tra le gambe, sotto il vestito, lui che la blandisce, e i movimenti semplici, bellissimi, che traducono le contraddizioni, l’ambiguità dei sentimenti.

La vicenda è quella del “rapimento di Sinta”. La meta-messinscena è interpretata da tre ex-ballerini che rivivono il triangolo amoroso: Siti, moglie di un modesto commerciante di ceramiche di nome Setio, viene sedotta dal potente Ludiro, mercante di carni da macello, follemente innamorato di lei. Mentre Siti è sempre più confusa sui suoi sentimenti, i due iniziano a battersi per lei in un crescendo di violenza che diventa “lotta di classe”, ribellione degli sfruttati contro i potenti del villaggio, ma anche guerra fratricida fra etnie (…)
Opera Jawa è un film in cui per conquistare il cuore di una donna occorre «tessere una sciarpa larga come un’alcova, lunga come un corso d’acqua, pura come il suo cuore». In cui assoli portentosi si alternano a canti salmodianti e a sequenze in cui gli uomini-ballerini danzano come animali, perché le passioni a volte ci trasformano in bestie (all’inizio Siti appare assediata dal desiderio, un verme-umano con la testa appuntita). In cui i gesti hanno un’espressività sorprendente, eleganti, sempre eloquenti (parlano davvero, dicono le emozioni, le scelte, le sfumature, le passioni inarrestabili...).
La macchina da presa si mette al servizio delle coreografie, al massimo si sposta lentamente, allarga il campo o accompagna il movimento interno alla scena. Non concede nulla all’esotismo e lascia che sia l’occhio dello spettatore ad andarsi a cercare il senso.
Il film termina sulla spiaggia. È una cerimonia funebre. Ed è anche il requiem di Nugroho alla vittime dello tsunami (l’altra violenza, quella della natura). D’altra parte lui è anche l’autore di Serambi, lo splendido documentario collet- tivo visto a Cannes, che racconta il dopo-disastro come nessuno era ancora riuscito a fare, mischiando il documento, l’omaggio e l’invenzione narrativa, vagando tra le macerie e le storie semplici dei
sopravvissuti. Nugroho è autore anche di video musicali e di saggi sul cinema, e
ha già girato otto film, tra cui Daun diatas bantal (Leaf on a Pillow) vincitore del Certain Regards a Cannes nel 1998 e Puisi tak terkubarkan (The Poet), Pardo d’oro video a Locarno 2000. Insomma, non è uno sconosciuto. Ma con Opera Jawa è riuscito a raccontare un mondo, il suo mondo, mischiando tradizione e post-modernità, con una forza e una grazia singolari (…)

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