Shia LaBeouf si racconta senza reti.
Un diario (meta)cinematografico, tra catarsi ed esorcismo. Anche un po' melodramma.
Un'esplosione spettacolare, un giovane attore sbalzato via, che rimane sospeso per aria, appeso a una fune. “Cut!”. Il cinema è così semplice, in fondo. Si nutre di questa illusione. Poi, intorno, dietro, c'è tutto il resto. E se la macchina da presa non stacca, vediamo un tizio rimasto mestamente a penzolare. Uno che non è ancora una persona e non è più un personaggio, trascinato faticosamente al punto di partenza, pronto a farsi esplodere di nuovo, magari un po' meglio.
Questa è la storia di un ragazzo speciale, di nome Otis. Questa è la vita di un attore, di nome Shia LaBeouf. Più o meno. Vallo a sapere quanto sia davvero memoria, documento esistenziale, diario personale trasformato in cinema (universale), e quanto invece solo (solo?) messinscena, trasfigurazione spettacolare (affetti speciali). Certo è che ci vuole un bel coraggio a guardare in faccia i propri demoni in quel modo, letteralmente, davanti a una macchina da presa.
Tutti sapevano dei problemi di Shia LaBeouf (e del suo percorso di riabilitazione), ma pochi potevano immaginare questa storia di un'infanzia negata, quel padre clown (di rodeo), tossico, violento, degno erede di varie generazioni di alcolisti (dice il padre di Otis in una battuta del film) (…)
Una straordinaria rappresentazione del concetto di catarsi. Anzi, una specie di esorcismo, in forma di autobiografia (poco) romanzata (…)

Un melodramma, quindi? Anche. Se non fosse che Shia LaBoeuf si trova a interpretare proprio il padre, in quella che diventa (per usare le parole della regista Alma Ha'rel) “un'esperienza psico-magico-catartica”. Honey Boy non sarebbe il film notevole che è diventato, se non fosse inscritto dentro questa trasparente ambiguità, con quel modo di parlare cinema (e di chi fa cinema) mentre il cinema si fa, e lo si usa come terapia; quel genere di film che non usa la vita ma prova a fartela vedere e sentire per davvero. Shia fa una cosa difficilissima con una facilità commovente, guarda suo padre da dentro, non per esporlo al pubblico ludibrio, e neppure per provare a “capirlo” e così “liberarsi” di lui, ma per incarnare le sue contraddizioni, per mostrarlo ironico e feroce, odioso e a suo modo affascinante, dolce e furioso, follemente innamorato di suo figlio (che sfrutta), ma innamorato anche di più delle propria ossessioni, delle proprie dipendenze (…)
Recensione completa su Cineforum: https://cineforum.it/recensione/Honey-Boy
