Un mondo immobile, immutabile (gli operai, il padrone, il potere ingiusto) raccontato dal regista iraniano Bahrami, con un bianco e nero limpido ed espressivo.
Un mondo immobile, immutabile. C'è il padrone, che vive in città, e non ha mai i soldi per pagare gli stipendi. E ci sono gli operai, che ogni giorno ripetono gli stessi gesti, e accettano il loro destino (il giogo, l'ingiustizia di un potere senza regole) come fosse inevitabile, invincibile, imperscrutabile. Nessuno protesta, in quella cava in cui si fabbricano mattoni, con le sue misere casupole in cui vivono intere famiglie: tutti si lamentano sottovoce, tutti chiedono uno sforzo al padrone, ma lui trova sempre il modo di promettere e rimandare, contando sulla devota soggezione dei suoi lavoratori, sulla paura di perdere anche quel poco che hanno.

È questo il mondo raccontato da Wasteland, secondo film dell'iraniano Ahmad Bahrami. Ma è il modo in cui lo fa, ciò che conta davvero. Un 4:3 claustrofobico, anche quando un campo lungo osserva a distanza il lavoro manuale di una donna che svuota uno stampo, un bambino che impila i mattoni, un ragazzo che li porta alla fornace dentro una carriola. Un bianco e nero limpido, espressivo, spietato, che definisce le (povere) forme senza lasciare scampo e racconta un luogo grigio fatto di polvere e sudore. Ma soprattutto, Wasteland è attraversato da lunghe, lente carrellate, che sono il segno di quella dimensione immutabile, che si attardano spesso lungo le pareti, arrivano "in ritardo” dentro l'azione, raggiungono un altro operaio dentro una situazione che si ripete sempre uguale, nell'ufficio del capo (…)
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