I'm Still Here

01/10/2010 00:00

Fabrizio Tassi

Recensioni, casey-affleck, joaquin-phoenix,

I'm Still Here

L'arte del mockumentary, più vero del vero, più finto di qualsiasi finzione rappresentata. Meta-cinema provocatorio, dissacrante. Con un folle Joaquin Phoenix.

 

 

 

L'arte del mockumentary, più vero del vero, più finto di qualsiasi finzione rappresentata. Meta-cinema provocatorio, dissacrante. Con un folle Joaquin Phoenix. 

 

 

 

Scena clou: la defecazione punitiva. L’assistente di Joaquin Phoenix, accusato di tradimento, umiliato, licenziato, ha deciso di vendicarsi. Mentre l’ex amico-capo dorme, sale sul letto, si abbassa i pantaloni, si accovaccia sul suo viso e... lo fa. In faccia. Sotto lo sguardo importuno di un camera a mano notturno invadente, quasi oltraggioso. 

I’m Still Here è così. Oltre i limiti. Eppure non dà mai l’impressione di strafare, non si arrampica sui vetri della provocazione spiccia, non finge di non fingere per far credere alla finzione. Casey Affleck ha realizzato “IL”mockumentary, con la complicità creativa e affettiva di un Joaquin Phoenix più vero del vero Joaquin Phoenix.
Ora che la beffa è stata svelata, possiamo dedicarci con distacco alla riflessione meta-linguistica, meta-cinematografica, meta-metafisica. Ma lo svanire del dubbio – se dubbio c’era – non toglie nulla alla forza espressiva del film (anzi!) e alla verità di quella finzione che è ogni messinscena di se stessi, anche quando ha l’ambizione di esser vera. E con questo già ci stiamo attorcigliando lungo i paradossi caratteristici di questo genere. Non c’è più nulla da inventare sulla questione del vero e del falso, di ciò che sembra reale ma è ricostruito, di ciò che è costruito per sembrare reale e poi magari lo diventa, di ciò che è platealmente falso eppure paradossalmente somigliante al vero.

Non c’è più nulla da inventare, ma ancora molto da dire, soprattutto se hai la faccia tosta di Phoenix e la voglia di buon cinema di Affleck (…)

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Per chi non lo sapesse, Joaquin Phoenix aveva annunciato il suo addio al cinema. Ne è seguita una catena di eventi, apparizioni, pettegolezzi, dichiarazioni, con un effetto a cascata che è una formidabile rappresentazione del modo in cui agisce il nostro sistema (di intrattenimento) informativo. Cosa di cui Affleck mostra di essere ironicamente consapevole, quando
moltiplica le citazioni con un effetto visivo-sonoro deflagrante, spezzettando lo schermo in mille piccoli schermi, che alimentano la farsa (quando ancora c’è il
sospetto che sia verità). Phoenix decide di diventare un cantante rap, con il coinvolgimento non troppo entusiasta di P. Diddy e con qualche imbarazzante tentativo live. 

Affleck racconta tutto questo e insieme ne mostra i lati oscuri, e gli aspetti legati al modo di essere e di vivere di un presunto Joaquin Phoenix che non conosce freni inibitori né vergogna, artista maledetto a cui va stretto lo star system, ex attore-pupazzo che decide di diventare persona, uomo dalle molte dipendenze e dalla facile volgarità, ma anche personaggio complesso, insicuro, ragazzone fragile e ingenuo, con una sua comica inattitudine alla vita.

Tutto inventato? Tutto interpretato Ovviamente no. E comunque, chi se ne frega. Rimaniamo a bocca aperta di fronte alla sincerità totale, al coraggio, alla spudoratezza con cui Phoenix mette in mostra il peggio di sé, così come rimaniamo sconcertati di fronte alla possibilità che sia tutto menzogna e che Phoenix abbia speso tanta energia e verità per prendere in giro la nostra credulità, o

per smascherare quella meravigliosa bugia che è il cinema. E comunque, a conti fatti, non siamo sicuri che ci sia molta differenza tra le due facce della medaglia (…)

Recensione completa su Cineforum498: https://shop.cineforum-fic.com/prodotto/pdf-cineforum-498/

 

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