Medioevo elettrico e pure un po’ punk. Un musical stonato, mistico, anarchico. Un'opera rock stupefacente e sovversiva, firmata Dumont.
Medioevo elettrico e pure un po’ punk. Musical stonato, mistico, anarchico. Opera rock che è anche la parodia di un’opera, e che proprio dentro il suo folle divertimento nasconde la verità eversiva, serissima, solenne, dell’impresa (del film e della giovane Giovanna d’Arco a cui è dedicato).
Bruno Dumont sposta ancora più in là il confine dell’azzardo, del neologismo cinematografico. Jeannette è qualcosa che va oltre ogni referenza e possibile ispirazione. Mentre tanti registi, tra i più “colti” e “indipendenti”, stanno ancora a ruminare sulle categorie del secolo scorso (il genere e l’autorialità, l’impegno e l’intrattenimento, il classicismo e il postmoderno) lui si inventa una cosa che non esiste, mettendo in musical un testo di Charles Péguy, che racconta l’infanzia di Giovanna d’Arco, fermandosi dove gli altri di solito cominciano a raccontarla (dove l’abbiamo sempre vista al cinema, da Dreyer a Bresson, da Rivette a Rossellini, da Fleming e Besson, le battaglie, il processo, il martirio). Va in scena la sua infanzia e la sua adolescenza. O meglio: la sua vita interiore.
I dubbi, i tormenti, gli slanci, le visioni di una ra- gazza ribelle, che rifiuta ogni mediazione nel suo dialogo ininterrotto con Dio, che soffre per il male del mondo e vorrebbe salvare anche i dannati, che intende scuotere la Francia dalla sua passiva accettazione delle devastazioni inglesi.

Jeannette è la versione contemporanea (anche se riesce difficile pensare a qualcosa di meno contemporaneo di questo film) di un “mistero medievale”. D’altra parte era quello il riferimento di Charles Péguy quando scrisse Le Mystère de la charité de Jeanne d’Arc. La tradizione della rappresentazione sacra che usciva dal chiuso delle chiese e della liturgia prescritta, traducendo la parola sacra in volgare e le storie in versi, pensando al popolo. Lo scrittore francese elaborò una prima versione dell’opera nel 1897, quando era conosciuto come socialista radicale, e una seconda nel 1910, dopo la conversione al cattolice simo, che non cambiò in nulla la sua intransigenza, l’antiautoritarismo, così come il temperamento mistico (era malvisto sia dalla Chiesa che dagli ambienti socialisti a anticlericali). Péguy volle scrivere quest’opera in versi liberi. Versi di una bellezza, una semplicità, un lirismo lodati ai tempi da personaggi come André Gide. Colpiva l’autenticità, lo spirito insieme contemplativo e vigorosamente appassionato, la litania fatta per essere declamata, piuttosto che letta.
Ed ecco l’intuizione di Bruno Dumont, che la trasforma in canto, unendo la potenza elettronica e psichedelica della musica di Igorr con le melodie pop e tradizionali nate e quasi improvvisate dai protagonisti del film (tutti non professionisti), durante la fase di preparazione.
Il panorama è quello essenziale, ancestrale, della Francia del Nord, senza troppi fronzoli lirici. La forma è quella di un (anti)musical in presa diretta, realistico e surreale, visionario e (anti)naturalista, spirituale e materialista. Non serve saper cantare o ballare alla perfezione, serve l’energia, l’ispirazione del momento, la grazia sgraziata.
Jeannette è la trascendenza di un musical. Un dittico in cui Giovanna è presente prima come bambina generosa, con pensieri troppo grandi per la sue età, e poi come ragazza già quasi donna, pronta a mentire alla famiglia, a disubbidire a ogni autorità, pur di diventare se stessa (ciò che vuole
Dio). Con lei duettano un’amica (contorsionista) che è la disciplina e l’obbedienza, in confronto alla selvaggia impulsività della pulzella, una Madame
Gervaise in forma di due suore gemelle in perfetta e inquietante polifonia, uno zio rapper che è una maschera comica sconcertante e sublime...
Una meravigliosa pazzia, fuori da ogni logica e buon senso, da ogni buona creanza estetica. Un film che riesce a essere spassoso e insieme misterioso e mistico per davvero.
