Visages villages

02/05/2018 00:00

Fabrizio Tassi

Analisi, agnes-varda,

Visages villages

La gioia di fare cinema, con la grazia, la sincerità, la leggerezza di Agnès Varda. In coppia con JR, lungo le strade della Francia profonda.

C’è ancora spazio, al cinema, per la gioia di fare cinema? Che poi è un’altra forma della gioia di vivere... Agnès Varda vive come filma e filma ciò che vive. Lo fa con una naturalezza che rende viva, vitale (e cinematografica) ogni cosa che incontra-filma-guarda. In un’epoca in cui (quasi) tutti – autori e artigiani del cinema – sembrano impegnati a mettere in scena se stessi, le proprie idee, la padronanza tecnica, l’abilità da metteur en scène, imbalsamando la realtà e museificando le emozioni, Agnès racconta (rivela) il mondo raccontando se stessa con sincerità e leggerezza. Senza pose. Neanche quella di chi teorizza la “mancanza di pose”, l’essenzialità, che sia il documentarismo “puro” o il diarismo cinematografico.

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Anche se poi, a guardar bene, di teoria in questo film ce n’è in abbondanza. Il cinema, come la vita, ha a che vedere col modo in cui guardi, oltre che con ciò che scegli di guardare. E qui è tutto un susseguirsi di volti visti, interrogati, fotografati, di dettagli ingigantiti, di occhi che ci guardano dalle cose, tra un corto circuito e l’altro della memoria (memoria di vita e di cinema), immagini che ricordano altre immagini o che danno loro un nuovo significato (…)

Ed ecco l’incontro con JR, uno che se ne va in giro con un camion-occhio, in cui le persone entrano in carne e ossa ed escono sotto forma di immagini da incollare ai muri. Uno che se ne va in giro protetto da un paio di occhiali neri che fanno imbestialire (simpaticamente) la Varda: «Io sono così come sono, tu invece sei in costume, vesti un’apparenza che hai scelto», un paio di occhiali e un cappello, un personaggio, un artista-marchio. Il caso vuole che quegli occhiali le ricordino tanto Godard – ce lo ricordano le immagini – uno che «ha cambiato il cinema». Uno che, sottraendosi al ruolo di amico e complice previsto per lui nel finale, di fantasma cinematografico incarnato (il diario vivente di Agnès avrebbe reso reale perfino lui), produce involontariamente (?) la scena madre del film, sottolineando la sua assenza con un messaggio cifrato che richiama Jacques Demy, il passato perso per sempre, e che fa piangere di rabbia la Varda, la fa letteralmente tremare (…)

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Ma torniamo alla gioia. A quella naturalezza e levità del cinema di Agnès che fanno così bene alla mente e al cuore, in questi aridi tempi di superomismi estetici. Si direbbe uno stile di vita, basato sulla curiosità, il vagabondaggio, l’aneddoto, l’album di ricordi, il gusto per il bello, l’amore per gli esseri umani. Piace l’assenza di un’intenzione astratta, che sia l’impegno o l’antropologia, la testimonianza o il folklore. Chiamiamola libertà. La sensazione che tutto potrebbe accadere, anche quando non sembra accadere nulla. L’impressione che il cinema nasca mentre lo stiamo guardando. Aderisce ai pensieri e allo sguardo di Agnès. Accade sotto i nostri occhi. E poco importa quanto siano “nobili”, “originali”, “interessanti” i volti o le storie che incontra. A fare la differenza è la sua attitudine, lo spirito nomade, il cinema mobile e malleabile. 

“Cinema di montaggio”, fondato sull’innesto, l’accostamento che sorprende, il dettaglio che commuove e rivela, la transizione sapiente, episodica, amena. Montaggio che non vuole dare un ordine al mondo o a una storia, ma vuole esaltare la bellezza del disordine, le traiettorie del caso e del destino, i messaggi della memoria. Montaggio che qui sembra aderire al tempo del luogo, si mimetizza, e là ha degli scarti improvvisi, che si aprono su immagini diuna bellezza stupefacente, ma mai urlata, esibita, maldestra (…)

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Paese. Per caso conosciamo agricoltori, campanari, operai, campi di girasoli, montagne di sale, vecchie storie d’amore, un villaggio fantasma che diventa un set, un postino, un piccolissimo cimitero in cui riposa Cartier-Bresson, spiagge, campagne, fabbriche, capre senza corna e capre con le corna, pesci d’artista che
erano pesci da mercato, alcuni portuali e le loro mogli trasformate in giganteschi totem. Ma anche la nonna di JR, perché il cinema è la vita e la vita è cinema.  Quasi ogni tappa ha la sua meditazione visiva finale, anti-moralistica, con loro due di schiena dentro un’immagine-vignetta, in campo medio, e l’orizzonte lontano, e dialoghi che sembrano fumetti in voce over.
Tutto è un pullulare di macchine per filmare e fotografare, di scatti, selfie, fermi-immagine, e la straordinaria capacità di Agnès di “fare l’inquadratura” senza cercare l’inquadratura. Tutto è allegria ma senza alcuna euforia, anzi, con una nota malinconica che rende il gioco molto più serio di quanto appaia. Tutto è pieno di storie, raccontate o solo accennate o chiuse (protette) dietro un volto. 

Quanta grazia e tenerezza in questo film fatto di niente, che ama il cinema e la vita!

Articolo completo su Cineforum 574: https://shop.cineforum-fic.com/prodotto/cineforum-574/

 

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