Un corpo raccolto, raggrumato, con la testa all’ingiù. Una parete azzurra che riempie quasi tutto lo schermo. Fish Tank, l’acquario di Mia (ipostasi di una metafora). Solo un muro e una striscia di pavimento, se non fosse per quella lama di luce in controcampo, una finestra che sembra la feritoia di un bunker. Fuori c’è l’Essex. La periferia. Il campo di battaglia.
Mia ha il fiatone. La incontriamo nel mezzo dell’azione. Non ci stava aspettando. Non è il tipo che si mette in posa per raccontare le sue disgrazie al mondo (’fanculo il mondo!). Cosa sta facendo? Per ora c’è solo il fiatone, l’adrenalina in circolo, la fatica (la battaglia?).
Mia era apparsa nella parte bassa dell’inquadratura, come fosse un accessorio del muro, della stanza. Ora si alza e si lascia guardare, graziosa e un po’ sgraziata, la testa incassata tra le spalle. Già possiamo scommettere sulla sua attitudine: aggressiva, selvatica, eppure malinconica, a suo modo innocente. Una quindicenne dell’Essex (periferia a est di Londra).

Cosa sta guardando? Al secondo controcampo, dopo la ferita di luce nel buio, la mdp è già in movimento intorno a lei. Mia rimane fuori fuoco, mentre vediamo benissimo le case, i palazzi, le strade là fuori. Non c’è frenesia in questo camera a mano, che è quasi una carezza, un gesto-sguardo in sintonia con lo sguardo-sentimento di Mia. Poi scende in strada, e allora la camera avanza marziale, nervosa, accompagnando la sua rabbia senza forma e senza contenuto. I palazzi sono sullo sfondo, i parchi rigorosamente recintati (il tempo libero e la libertà di movimento sono un’opzione controllata, una casella obbligata nel grande gioco del “sistema”). Un buzzurro su un balcone la insulta, calorosamente ricambiato (Mia è una virtuosa della volgarità verbale). Un gruppo di ragazzine si dimena come fanno su Mtv, una un po’ goffa, un’altra così sensuale da risultare irritante e fuori luogo. Mia rifila una testata in faccia a un’ex amica, con un gesto improvviso che sembra cogliere di sorpresa anche la mdp. Urla. Insulti.
Altra camminata, stavolta con l’occhio della camera che la accompagna di fianco, sullo sfondo di una rete metallica e un cancello. Un’altra gabbia, un altro acquario. Lì dentro c’è un cavallo bianco e sporco. Un’apparizione, a modo suo. Non siamo in una fiaba, siamo nell’Essex, ma un cavallo incatenato è sempre un bel simbolo di libertà violata (vigilata). Non c’è modo di aiutarlo, però.
E allora, ultima tappa: la casa. Dove la cara mammina, bionda e ancora giovane, le rovescia addosso un’altra secchiata di insulti. Mia corre in camera sua e sbatte la porta, azzurra anche lei. Lì c’è un’altra finestra, che non guarda neppure, perché non è protetta dal buio, perché anche casa sua è un campo di battaglia. Si butta sul letto. Abbraccia un cuscino. Ha il fiatone, dopo l’ennesima battaglia. E sui ripiani, in un raro momento di silenzio sospeso, risaltano in dettaglio foto d’infanzia, immagini felici, un soprammobile kitsch sentimentale. Oggetti visti in primissimo piano, isolati dal contesto, quasi estranei, ormai.

La sequenza dura sei minuti in tutto. Un prologo che è una dichiarazione d’intenti cinematografici. Il personaggio è scontato, l’azione pure, i simboli evidenti, le metafore esplicite. Eppure, a partire dal prologo, non c’è (quasi) nulla di ovvio nel film di Andrea Arnold. Prodigi della tecnica (di ripresa) e dello stile, al servizio di una sensibilità squisitamente femminile (è una frase fatta, lo so, ma qui è un dato di fatto, non la solita aria fritta), che non ha bisogno di mostrare i muscoli (cinematografici) o di illustrare teoremi (engagées), che vede, sente, pensa con Mia, osando anche i ralenti e maneggiando gli archetipi con nonchalance.
Il personaggio principale di Fish Tank è intrappolato nei suoi luoghi comuni – la quindicenne disadattata e disperatamente alla ricerca di affetto e considerazione – eppure non diventa (quasi) mai l’oggetto di un discorso, l’illustrazione di un tesi: la mdp segue Mia, la accompagna, la abbraccia, corre insieme a lei, e poi sembra voler fermare il tempo (della vita e del cinema) in quei momenti magici in cui si sente davvero viva (il contatto fisico, l’odore di lui, il calore).
È scontata la sbandata per l’ultimo uomo di mamma, bello, dolce, disponibile. Ma non c’è nulla di ovvio in quello sguardo-inquadratura che si intrufola in una fessura tra le braccia di Mia, mentre le mani di Connor, che si prendono cura di lei, laggiù in fondo, sono immerse in una luce densa e calda (sembra uscita da un quadro di Vermeer) (…)
Dettagli che fanno la differenza tra un racconto didascalico-prosaico e un’immersione (semplice, delicata) nell’interiorità delle cose (anche le più ovvie e prevedibili) (…)

È scontata la colonna sonora di «California Dreamin’», ma è anche una bella metafora di quella generazione che sognava la rivoluzione (sessuale, politica, esistenziale) e si è ritrovata nella villetta di un quartiere residenziale, con la libertà trasformata in squallida trasgressione, e la certezza che poi la vita “normale”, confortevole e rassicurante, sarà sempre là ad aspettarci.
La regista inglese, per fortuna, non pratica il realismo a orologeria (opportunamente evocativo, inevitabilmente esemplare), non cerca l’apologo e neppure il pamphlet, non ha intenti banalmente illustrativi, nonostante la sceneggiatura a programma. Sa che il cinema è fatto per mostrare le cose, non per spiegarle (quanto sono diventate complicate anche le cose più semplici...). E allo stesso tempo non ha paura di sporcarsi le mani con l’ovvio che il reale propone ogni giorno, ogni momento, con tutti i suoi risvolti sociali e politici, anche se poi corri il rischio che ti diano del «Ken Loach in gonnella» (aargh!). In realtà il cinema molto scritto e didascalico di Loach – citato in tutte le recensioni di Fish Tank – c’entra pochissimo con lo stile allusivo e la cura del dettaglio di Andrea Arnold, anche se l’ambientazione proletaria e la presenza di Kierston Wareing (protagonista di In questo mondo libero) inducono inevitabilmente all’equivoco.
Dopo alcuni cortometraggi molto lodati (Wasp ha vinto anche l’Oscar), dopo l’esordio a Cannes direttamente in concorso con Red Road (era il 2006 e vinse subito il Premio della Giuria, poi bissato con Fish Tank nel 2009), la Arnold conferma di avere un particolare talento per ciò che solitamente, nel cosiddetto “cinema impegnato”, viene fagocitato dalle buone intenzioni: il gesto e la luce, lo squarcio lirico e l’attimo di sospensione, l’ambiguità dei sentimenti e ciò che nella vita è più ineffabile e prezioso (…)

Resta il fatto che il meglio del cinema di Andrea Arnold – come già succedeva in Red Road, che soffriva un po’ anche lui i suoi intenti programmatici – sta tra le righe, tra le pieghe delle sequenze, e dentro la struttura di ogni inquadratura: siano le apparizioni di Connor (lo sguardo supplichevole e irresistibile dal basso di un divano, la prima comparsa semi-nudo dietro una porta ma al centro della scena...), uno stormo di uccelli in volo, il buio sopra e sotto la città durante un temporale notturno, le camicie stese contro il cielo e la madre sospesa nel blu in un attimo di felicità senza scopo e senza perché, la camminata per la casa tra le braccia di Connor, mentre il tempo sembra fermarsi e lo spazio perdere consistenza...
La vita così com’è, sotto la superficie del racconto che ne facciamo, per renderla più razionale, ordinata, esemplare.
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