Immagini stupefacenti, inquietanti, cariche di simboli e di presagi. Ma alla fine rimaniamo noi e il nulla. È l’ennesima beffa di Lars von Trier.
Alla fine rimaniamo noi e il nulla. Lo schermo buio. La catastrofe. Il “memento mori” non ha consolazioni, fughe, cornici edificanti, ironie sciogli-tensione. C’è lo schermo nero, e basta. Una fine senza scopo che viviamo in soggettiva, inchiodati sulla poltroncina, che trema sotto il rombo cupo del pianeta Melancholia (…)
Eppure in partenza sembra di stare all’opera. In un esercizio di videoarte massimalista e magniloquente. Dentro una collezione di immagini lussureggianti. Il preludio, anzi l’ouverture wagneriana ci porta dentro un film che non esiste. È l’ennesima beffa di Lars von Trier nei confronti di noi spettatori. Immagini stupefacenti, inquietanti, cariche di simboli e di presagi.
Una sposa che fa pensare a Ofelia più che a Isotta. Una scena horror-surreale con madre e bambino in un campo di golf. La fine che si avvicina. La sposa suicida a occhi aperti, forse. La sposa elettrica che fa scintille, e diventa un corpo sacro, un’antenna che beve malinconia ed emette energia, che restituisce la vita alla natura. È tutto qui, in forma di sogno, eppure non c’è nulla. È la parte del film che più ricorda Antichrist, i suoi simboli pesanti e potenti, i rallenti, la bellezza folgorante delle immagini “truccate”, costruite con occhio sapientissimo.
Poi comincia il primo atto, e ci ritroviamo in un wedding-movie in salsa dogmatica. È la parte che ha suscitato le perplessità più grandi. Già visto, già sentito, già detto (…)
Voleva dirci, ancora una volta, che siamo tutti borghesemente e stupidamente aggrappati al nulla, con la nostra ingenua fede nella felicità, nel benessere, nel matrimonio, in qualsiasi cosa che ci possa liberare dalla solitudine? Certamente sì. Ma ovviamente no.
Qui si va ben oltre. Il matrimonio è il palcoscenico del martirio sociale di Justine (Kirsten Dunst), ennesima donna-vittima nella cinematografia di von Trier, strega incompresa, donna fragile, nevrotica, depressa, che non puoi non odiare almeno un po’. Il primo atto serve a tracciare questo ritratto. Serve a far emergere il perso- naggio, l’asociale malinconica, il corpo estraneo. Perché poi, nel secondo atto, scopriremo che proprio Justine è l’unica che ha il coraggio e la forza di guardare in faccia la realtà. Di aspettare Melancholia. Di ricevere-accettare il suo influsso (…)

Siamo o non siamo tutti mortali? Ecco di cosa parla Melancholia, sotto le forme di un fanta-film in cui i pianeti sono una raffigurazione esteriore del nostro cosmo interiore. Parafrasando e ribaltando Kant: «Il cielo stellato dentro di noi e la legge morale là fuori, imposta dalla natura». È evidente che Lars von Trier sta parlando
ancora una volta di sé, della sua depressione, di quella percezione del vuoto che può anche distruggerti, ma che ti consente di diventare davvero consapevole, mentre tutti gli altri (noi spettatori) ballano, ridono, sperano che finirà bene.
In effetti, fino all’ultimo, ci aspettiamo un qualche colpo di scena. Una negazione ironica del prologo. E invece no. Lo schermo nero ci aspetta. Fosse stato sfacciato fino in fondo, avrebbe dovuto pensare a un finale senza titoli di coda. Qualcosa che ci lasciasse senza appigli. Un buco nero, e basta.
È un film senza speranza, questo Melancholia. Durissimo. Puoi apprezzarne la lucidità, anche senza
condividerne il messaggio. Justine prende per mano il bambino e la sorella e attende, sotto la tenda magica (il cinema?). La bellezza (e le storie, e le idee, e le provocazioni di von Trier) forse non salva, ma aiuta a vivere, a capire, a stare svegli e con gli occhi aperti (…)
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