Un mondo in via di sparizione. Una bambina sciamana in sintonia con quella realtà primordiale. Un esordio potente, magico, apocalittico.
Terra e acqua (tanta acqua). Belve preistoriche e mitologiche liberate dai ghiacci (per colpa del riscaldamento globale!). Donne e uomini più selvaggi degli animali, zozzi, liberi, spesso alticci, eroici a modo loro. E poi una bambina. Soprattutto una bambina, Hushpuppy, sei anni, cresciuta allo stato brado in un capanno sul Delta del Mississippi. La madre è sparita. Il padre è un ubriacone. Presto quel lembo di terra non esisterà più, sommerso dall’acqua. Ma lei appartiene a quel luogo. Lo sa. Lo sente. Un posto in cui non faresti mai crescere un bambino. In realtà, forse, il “paradiso”. Lo sentiamo anche noi, fin dall’inizio.
Il giovane regista americano Benh Zeitlin, esordiente, ha talento sufficiente per farci urtare contro un mondo totalmente altro, calcando la mano sulla sua estraneità (rispetto alla nostra civiltà efficiente e ordinata, al buonsenso e la buona creanza), mentre ce lo sta facendo rimpiangere, come qualcosa che abbiamo perso per sempre.
Anche se metà del merito va alla fenomenale bambina (al personaggio e all’attrice), che emerge da quel caos primigenio con la forza della sua concretezza animale e il lirismo sciamanico della sua immaginazione (…)

C’è una diga da abbattere, un potere lontano, invisibile, fuori campo, che ha deciso di cancellare un lembo di terra nel nome del progresso. Ma c’è anche una madre da ritrovare e/o una prostituta dalle braccia accoglienti e il sorriso che scalda: il cuore del mondo.
C’è la forza della natura, tremenda, senza pietà, e quella della fantasia, che non è una fuga o una consolazione, ma un’occasione per ritrovarsi a tu per tu con la bestialità delle cose (anche della natura umana), per evocare quella dimensione in cui non c’è più giusto e sbagliato, ma solo ciò che è. Hushpuppy accosta l’orecchio al petto degli animali che incontra per sentire il battito del loro cuore. Ogni essere ha un suo modo di pulsare che è diverso da tutti gli altri, ma che a tutti gli altri è strettamente connesso.
Zeithlin malickeneggia, come ha scritto qualcuno? Può darsi, e allora? Di sicuro lo fa con una selvatica libertà, anche un po’ confusionaria, molto personale, tenera e rude insieme. Dentro questo film c’è tanto, forse troppo, come accade spesso con le opere prime. Ma sono difetti per eccesso.
Dentro c’è anche la memoria di Katrina, il disastro di New Orleans, città in cui il regista (nato a New York) si era trasferito temporaneamente, rimanendoci poi sei anni. Voleva realizzare il suo film d’esordio nella Louisiana del Sud, raccontando il bayou e la sua gente. Ha trovato Dwight Henry (Wink, il padre) in
una panetteria e Quvenzhané Wallis (Hushpuppy) in una scuola elementare. Cinema sorprendentemente saggio e potente, espressivo, pieno di idee ed energia.
Altri aggettivi da spendere: epico, magico, apocalittico (…)
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