2001: Odissea nello spazio

01/01/2020 00:00

Fabrizio Tassi

Appunti,

2001: Odissea nello spazio

Un film-monolito, arrivato da uno spazio remoto, che rimane lì a guardarci, da una distanza siderale.

Ancora 2001? Anche ora che siamo nel 2020 (il film si è incarnato nel '68), e lo spazio è stato

esplorato in cento mille modi più tecnologici e spettacolari, e il cinema si è smaterializzato ed è

esploso in mille direzioni? Sì, ancora 2001, anzi, sempre di più, visto che tanti, troppi, oggi

sembrano essersi dimenticati della sua “lezione”, persi come sono nell'ebbrezza dell'eterno

presente virtuale, nell'imbroglio dell'in(de)finito seriale. Mai come allora, grazie a quel film

fondamentale, fondativo, archetipico, abbiamo potuto toccare con mano – guardare, ascoltare,

sentire – un cinema fatto solo di cinema, capace cioè di parlare quel linguaggio che precede

qualsiasi cosa possiamo dire sul suo discorso e il suo significato. Un cinema che mette in crisi la

nostra capacità di comprensione (razionale) e parla direttamente all'inconscio (sub o super, fate

voi); che ha l'ambizione di scrivere la storia del mondo (la sua metafisica) e le tragiche contraddizioni dell'uomo, di evocare “l'inizio”, destinato a ripetersi e superarsi, di dare una forma al mistero dei misteri, quel monolito che assurge a simbolo quasi religioso. Anzi, il film stesso è un monolito, un oggetto arrivato da uno spazio remoto – situato da qualche parte dentro la mente di Stanley Kubrick – che rimane lì a guardarci, da una distanza siderale, lasciandoci l'illusione di essere noi spettatori a guardarlo.
A partire da quel nero assoluto, che apre il film e non sembra finire mai, che ci riporta a un tempo (a uno stato della mente?) in cui non esistono immagini e quindi tutte sono ancora possibili: la profondità più nera, la possibilità infinita, che è quella dell'universo in cui transitiamo, ed è anche quella del cinema. Con la musica di Ligety che ci aiuta a capire quanto sia pieno quel vuoto tremendo. Vado al cinema e guardo uno schermo buio, in un film in cui, alla fine, bisogna fare un salto dentro un buco nero per passare “dall'altra parte”. Anche il monolito è una nera astrazione, un anti-monumento, una pura negazione, dentro cui ci puoi leggere ciò che vuoi (Dio o gli alieni, un totem o un simbolo fallico, una metafora del salto evolutivo o un'incarnazione della domanda rimasta senza risposta). Una discontinuità. Di quelle che hanno prodotto noi uomini pensanti, compresi esseri come Kubrick, dal nulla alla materia, dalla materia inanimata alla vita, dalla vita animale all'intelligenza consapevole, dalla coscienza a...?

(…)

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L'articolo completo ("2001 visto da Fabrizio Tassi") è stato pubblicato su Micromega 1/2020

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