Dilili a Parigi

24/04/2019 00:00

Fabrizio Tassi

Recensioni, michel-ocelot,

Dilili a Parigi

Il nostro mondo è rianimato dallo stupore di una bambina, nel film di Ocelot, ambientato nella Parigi di inizio Novecento. Tra favola e realtà.

 

 

 

Il nostro mondo è rianimato dallo stupore di una bambina, nel film di Ocelot, ambientato nella Parigi di inizio Novecento. Tra favola e realtà.

 

 

 

Come fosse il controcampo di Kirikù, il nuovo film di Michel Ocelot parte da un villaggio indigeno, un esotismo finto, ricostruito, offerto allo sguardo curioso della Parigi di inizio Novecento. Uno zoom all'indietro scavalca il confine tra i due mondi e finisce per ribaltare la prospettiva: non siamo più noi a osservare un mondo lontano, con l'occhio stanco di chi ha già visto tutto, messo di fronte alla meraviglia di un luogo magico, ma è il nostro mondo ad essere guardato, anzi, rianimato dallo stupore di una bambina uscita da quella dimensione incantata (che è poi anche quella di Azur e Asmar). O meglio, lei non guarda il presente dell'Europa, ma la sua essenza, la sintesi simbolica, artistica, letteraria, la Parigi della Belle Époque, per ricordarci che bisogna scegliere tra «una società aperta dove uomini e donne crescono insieme, facendo ognuno del proprio meglio, e una società chiusa dove metà della popolazione calpesta l'altra» (parole di Ocelot). Sì, perché il film del regista francese, così gentile e raffinato, così incantevole, è tutt'altro che innocuo (…)

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Parigi è una favola, ma reale. È la vera Parigi - fotografata per quattro anni da Ocelot – attraversata dai fantasmi animati di quel mondo fatato, e dallo sguardo acuto, vergine, pieno di curiosità della piccola Dilili, che ha la saggezza e l'impertinenza di Kirikù, quel modo insieme alieno e pieno di buonsenso, arcaico e modernissimo, di porsi di fronte al mondo e ai suoi problemi. L'effetto è stupefacente. Quelle figurine colorate (in 3D, ma stilizzate) che si spostano dentro piani medi e lunghi, con Parigi sullo sfondo, la città che tutti conosciamo, ma anche quella sotterranea, le fogne della città, anche luoghi dimenticati, ristoranti d'epoca, i musei di Carnavalet e Quai Branly, angoli suggestivi e scorci “(stra)ordinari”. Non è un banale album fotografico, è davvero una rivelazione, un altro sguardo che diventa il nostro, dentro una storia in cui si intrecciano i due temi – la paura del diverso e la violenza degli uomini sulle donne - mentre ci imbattiamo in invenzioni alla Julius Verne e descrizioni alla Victor Hugo, meraviglie Art Nouveau e una barca a forma di cigno (quella di Ludovico II di Baviera) (…)

Recensione completa su Cineforum: https://cineforum.it/recensione/Dilili-a-Parigi

 

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