Una questione privata

01/12/2017 00:00

Fabrizio Tassi

Analisi, paolo-e-vittorio-taviani,

Una questione privata

I Taviani rileggono Fenoglio con lo sguardo di Calvino. La Resistenza, così com'era, il mondo rimasto senza epica, il talento febbrile di Marinelli.

Comincia dalla nebbia, e non potrebbe essere altrimenti. La nebbia fenogliana. La nebbia della storia. Finita l’epica, l’eroismo, forse pure la memoria gloriosa, rimangono gli uomini, ciò in cui credono, ciò che vogliono ricordare. Era già in Fenoglio, quella guerra sporca, feroce, improvvisata, così poco spettacolare. C’era già il partigiano che è prima di tutto uomo, che impazzisce d’amore, anzi, di gelosia, nel bel mezzo della lotta per la liberazione.

Comincia dalla nebbia, da cui emergono le ombre di due partigiani, due uomini. Uno guarda fuori campo e intuisce qualcosa, oltre il nulla. Il passato felice. Il futuro che aveva immaginato. Supera il muro grigio, compatto, ed eccolo al centro dell’inquadratura, come nell’incipit che ricordavamo: «La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba. Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo».

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Si capisce fin dalla prima apparizione che Luca Marinelli
è il valore aggiunto dell’opera dei Taviani, l’incarnazione
febbrile di quell’impazzimento, l’antisoldato militante ma
umanissimo, fragile, furioso. Lo strumento ideale per il loro “tradimento”. Perché si sa che i Taviani amano, usano le parole dei grandi (si chiamino Tolstoj o Shakespeare, Pirandello o Fenoglio), e poi fanno cinema. Fanno appello alle nostre radici (letterarie, culturali, storiche, ideali), si installano in una dimensione che appare fuori dal tempo, e da lì ci dicono cose importanti sull’uomo di sempre e sul presente che stiamo vivendo.

Il primo tradimento sta nel paesaggio. Non siamo nelle Langhe ma in Val Maira. Un film (dei Taviani) non può essere un documento, la verità di una storia ha bisogno delle giuste parole e del luogo giusto, non della realtà verosimile e della narrazione veritiera. Quelle Langhe, così com’erano, non esistono più? Ed eccole rivivere, senza mai essere nominate, in una dimensione quasi astorica (e ageografica). Con l’accortezza di non cercare la “bellezza”, ma trovarla quasi per caso, tagliando le cime dei monti, velando ogni cosa con uno strato di grigio, per poi farla emergere, verde, viva, in tutta la sua pacifica indifferenza.
Milton-Marinelli-Fenoglio emerge dalla nebbia e si staglia in quella dimensione cinematografica che Calvino leggeva nei romanzi di Fenoglio: «Fa del cinema, ma del buon cinema, di quello che tu definisci “secco”». Il controcampo è una villa che sembra un palazzo. Ed è la custode della casa, che sembra conservare un segreto sulla sua Giulia, a cui aveva dichiarato il proprio amore senza dichiararglielo, ma che invece amava Giorgio, il miglior amico di Milton, quello che sapeva ballare e arrampicarsi sugli alberi. Lui non riesce a crederci, deve sapere, deve conoscere la verità, e quell’ossessione diventa più importante della guerra, della sopravvivenza, della

lotta contro i fascisti-scarafaggi. Che senso hanno la vita e la libertà se non saranno con Giulia? Cosa sono la libertà e la vita di fronte al tradimento di un amico?
Quello dei Taviani, più che un “libero adattamento” del
libro di Fenoglio, sembra quasi uno svolgimento libero di

ciò che ne pensava Calvino. Milton è l’Orlando furioso, l’uomo che corre, folle, da un presidio partigiano all’altro, fuori da ogni logica, alla ricerca di un fascista da scambiare con l’amico Giorgio, catturato dagli scarafaggi neri. Ma intorno c’è la guerra di Resistenza così com’era: un grande spiazzo erboso vuoto, due ragazzi che corrono a perdifiato, uno inciampa, i fascisti lo prendono a manganellate in campo lungo, il compagno interviene e ne ammazza due, prima di essere colpito; nessun piacere epico ed estetico nel raccontare quelle gesta, che appaiono quasi banali nella loro tragica violenza e follia, nella facilità con cui si muore e ci si ammazza tra i boschi in cui magari si è cresciuti insieme.

La sostanza della storia sta nel vagare senza pace, nell’in-
seguire uno scopo che nasconde un altro scopo, in una

catena di domande senza risposte, di speranze che faticano a trovare un senso, di ideali collettivi che si confondono con le “questioni private” (…)

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Altro “tradimento”, se non è un fraintendimento: non c’è furia romantica in quegli incontri, non c’è passione che brucia, in quei ricordi, ma qualcosa di lontano, quasi mitologico, c’è un Milton immobilizzato dalla paura. E la sua corsa, allora, sembrerà quasi una nemesi. Così come le note di Over The Rainbow, l’allusione a quel luogo che sta «da qualche parte, oltre l’arcobaleno», dove «i sogni si avverano per davvero».
Una melodia che lo perseguita lungo tutto il film, ripresa,
accennata, solo evocata, distorta, dimenticata. Che spesso lo sorprende alle spalle. Che verso la fine sta solo due note lontane che risuonano come un richiamo militare.
I Taviani maneggiano la materia incandescente con grande sicurezza, semplicità, intensità. Si vede che sanno cosa vogliono, anche nei brani troppo “recitati” e illustrativi. Ampiamente compensati dalle intuizioni felici e a volte folgoranti, i tempi sempre giusti dei silenzi e delle esitazioni di Milton-Marinelli, i dialoghi che escono più veri del vero letterario («Sto cercando Giorgio Clerici», «Giorgio il bello?», «No, Giorgio»), le inquadrature vuote in cui si perdono le questioni private e il dramma collettivo, il controcampo del cielo blu attraversato dai bombardieri («Venite, venite! Cari, belli, siete più di mille! Benedetti!»), l’espressione smarrita del
ragazzino condannato a morte per vendetta, il fascista jazzista che esibisce la sua ferocia in un assolo infinito... (…)

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E poi quel finale! In cui i Taviani si prendono la
libertà di portare il racconto e l’antiepica un po’
più in là (…) 

Il romanzo lo lascia sospeso, rimane incompiuto, con Milton che crolla «sotto gli alberi» (e poi?); il film invece lo spinge fin sulla cima di una collina, fin dentro una consapevolezza che suona come una rinascita, una vittoria morale, un traguardo spirituale (…) 

Oggi – più di quello ieri che era già un domani – non
c’è più posto per l’epica, forse neanche per l’Idea
che trasformava gli uomini in eroi, sacrificando le
storie personali in funzione del bene collettivo. La
questione collettiva è la somma delle “questioni
private”. Delle occasioni, i sogni, i libri, le fragilità, i

tradimenti, le follie d’amore, tutta la nostra uma-
nità, che si esalta mentre combatte la questione di

tutti. «Con tutti i valori morali, tanto più forti quan-
to più impliciti».

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