– Toh, un film in cui c’è gente che fa i conti, stende i panni e si arrangia coi lavoretti che trova...
– Dopo tre film che, in qualche modo, erano sospesi sopra la realtà, avevo voglia di buttarmi nel mondo vero. Le cose che faccio nascono sempre dall’esigenza del momento. Già da qualche anno pensavo a una storia che avesse un senso nella realtà di oggi, quella che stiamo vivendo in questi anni. Agata e la tempesta era un
film surreale, colorato... Brucio nel vento non aveva un tempo e un luogo specifico.
Anche la Venezia di Pane e tulipani non era poi così vera. Sono tutti film che creavano un loro mondo. Stavolta invece avevo quasi voglia di fare un documentario. Sono partito dallo stile. Volevo dare l’impressione di cogliere le cose mentre avvengono, senza grosse manipolazioni e senza troppa messinscena, anche se poi, in realtà, di messinscena dietro ce n’è molta.

– C’era anche un intento in qualche modo “politico”?
– Già solo raccontare e guardare la realtà è un atto politico. Lo è la voglia di farsi delle domande sul momento in cui si vive. Tra l’altro abbiamo cominciato a scrivere il film quando ancora c’era il governo Berlusconi. L’abbiamo finito con Prodi, ma a quanto pare le cose non sono cambiate di molto...
– Torniamo al cinema. In certi momenti sembra di vedere addirittura un camera a mano “alla Dardenne”, con la macchina da presa addosso ai personaggi. In altre sequenze viene in mente il “naturalismo” di un Guédiguian... Sei partito da ascendenze precise? È la storia che ha suggerito lo stile o viceversa?
–È difficile capire cosa venga prima. C’era già l’idea di fare un film di quel tipo. E prima di cominciare ci siamo rivisti delle cose. Cassavetes, ad esempio, Una moglie. La città è tranquilla di Guédiguian. My Name Is Joe di Ken Loach. Anche Ho affittato un killer di Kaurismäki. Volevamo chiarirci le idee su dove volevamo andare. Abbiamo cominciato a delimitare il territorio. Di sicuro sapevamo di voler raccontare una coppia agiata, non la solita storia dell’operaio o dell’impiegato licenziato (…)

– Anche se ci sono due protagonisti evidenti, i personaggi minori hanno tutti un loro perché, sono veri, non sembrano macchiette. È una cosa che ottieni attraverso la scrittura?
- Sono contento quando mi dicono questa cosa, a cui tengo molto. La caratterizzazione dei personaggi in realtà parte con la scelta dell’attore. Prendi ad esempio la signora Carminati, quella che deve farsi tappezzare la casa. È nato tutto da un incontro con un’attrice, Orietta Notari, che ho visto in scena e mi è piaciuta molto. Abbiamo lavorato su un personaggio che poteva essere così, con quella camminata, quel suo modo di uscire di scena, che è una cosa pensata e ci faceva ridere. A me diverte molto fare questo tipo di lavoro. Ogni personaggio deve mettere il suo piccolo mattoncino, deve avere la sua verità e importanza. D’altra parte nei film americani succede da sempre. Non vedo perché non debba essere così anche nel nostro cinema...
È sempre bello lavorare con gli attori. Prendi ad esempio una bravissima attrice come Margherita Buy... Una come lei non puoi lasciarla a se stessa. E in questo caso mi è piaciuto portarla in un territorio che non è il suo solito. Alla fine il regista è il primo spettatore di un attore e deve avere le idee molto chiare su cosa vuole.

– Cosa ne pensi dei periodici allarmi sulla morte del cinema italiano, che a Venezia è finito e a Roma risorge improvvisamente?
– Che sono delle grandi stronzate. È da quando faccio questo mestiere che ne sento parlare. Forse si poteva parlare di crisi con il cinema degli anni Ottanta, che era orribile in confronto a quello di oggi. A quei tempi c’era solo qualche vecchio regista, qualche attore, ma nemmeno io avevo voglia di andare al cinema. Ora le cose sono cambiate... E mi viene da ridere quando sento dire che il nostro cinema è troppo assistito. Andate a vedere cosa accade in Spagna, in Germania, in Francia... Il no- stro cinema è il meno assistito di tutti. E comunque è incredibile quanto siano distanti dal mondo del cinema coloro che po- trebbero cambiarne le sorti, la politica...
– Molti però dicono che oltre ai problemi economici, c’è anche una questione di sguardo e di linguaggio. A parte rari casi, il nostro cinema negli ultimi anni ha perso la capacità di raccontare cosa stava accadendo in Italia, la sua crisi sociale, politica, culturale...
– Ma chiediamoci perché è così difficile fare un certo tipo di cinema. Questa è una domanda che andrebbe posta ai produttori, che poi fanno Cemento armato o 2061. Io per realizzare Giorni e nuvole ci ho messo tre anni e mezzo, anche se ho già sette film alle spalle, tra cui Pane e tulipani (…) Andrei volentieri a vivere tre mesi in un dormitorio (faccio il primo esempio che mi viene in mente) per raccontare la realtà dei barboni e dei senza tetto, ma poi con chi lo faccio il film?

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