Austerlitz

01/10/2016 00:00

Fabrizio Tassi

Recensioni, sergei-loznitsa,

Austerlitz

Turismo della memoria, in un campo di concentramento. Il presente divora il passato, dentro un film che ci osserva, implacabile, potente, agghiacciante.

 

 

 

Turismo della memoria, in un campo di concentramento. Il presente divora il passato, dentro un film che ci osserva, implacabile, potente, agghiacciante.

 

 

 

Macchina fissa. Immagini in bianco e nero. Lunghe inquadrature frontali. Il turismo della memoria a Sachsenhausen, campo di concentramento situato a trentacinque chilometri da Berlino. Gente che passeggia, guarda, chiacchiera, sorride, si emoziona, gente che fotografa o si fa fotografare, gente che mangia un panino, che ascolta la guida turistica, che sta ferma o si muove o non vede l’ora di andarsene.
«Perché vanno lì? Cosa cercano?». Questa la domanda di Sergei Loznitsa. Ma se si è in cerca di risposte, tocca andarle a trovare in Austerlitz, il romanzo di George Sebald che ha dato il titolo al film. Perché in realtà Loznitsa si accontenta (si accontenta?) di stare a guardare, senza giudicare. E ciò che vediamo ci fa male, per la noncuranza, la leggerezza, la disinvoltura con cui i turisti sembrano attraversare quel luogo di orrore, di morte, di dolore (ma questo non è già un giudizio?).
È agghiacciante osservare chi si fa fotografare davanti al palo delle esecuzioni, chi si cimenta in un selfie con forno crematorio, chi si mette ripetutamente in posa davanti alla scritta «Arbeit Macht Frei», fino a quando l’inquadratura risulta soddisfacente. Ci fa male la sfilata di corpi in transito coatto e di espressioni tra il distratto e l’annoiato. Ci lasciano allibiti i ragazzi che mangiano un panino a due passi dalle fosse comuni. 

Ma d’altra parte cosa ci saremmo aspettati? Una processione solenne e silenziosa? Un rito collettivo consumato in religiosa consapevolezza? Una qualche espressione collettiva di condivisione del dolore e della memoria? E d’altra parte cosa ne sappiamo di ciò che provano quei visitatori, ciò che stanno guardando, capendo, ricordando davvero, ciò che magari avevano intenzione di onorare?

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Il punto infatti non è questo. La macchina da presa è ostinatamente ferma (i piani sequenza durano diversi minuti) e non ha nessuna intenzione di spiare qualcuno o svelare qualcosa. E mentre decine, centinaia di sconosciuti sfilano davanti o di fianco alla mdp, per lo più senza vederla oppure dedicandole un’occhiata fugace, ci rendiamo conto che quella ripresa insistita, distante, diretta, diventa lo sguardo del luogo che guarda i suoi visitatori. Chi osserva diventa osservato, non dal regista o dallo spettatore, ma dagli edifici, dalla memoria depositata, da un vuoto atroce che si cerca di riempire con brandelli di storia, con le parole delle guide che
risuonano sempre uguali mentre provano a dare un corpo e un’anima a quello scheletro di tempo passato.
I turisti sono comparse, posteri accompagnati lungo il percorso, dall’inizio alla fine, mentre le inquadrature di Loznitsa sembrano acquisire sempre più spessore, densità, complessità: a volte creano piani diversi in profondità, a volte si lasciano attraversare dal flusso dei turisti, a
volte costruiscono degli spazi dentro lo spazio dell’immagine in cui le persone finiscono isolate, a volte “riempiono” oppure fanno il vuoto, a volte rendono il peso insopportabile di un orrore che rimane lì, solo rievocato per un attimo, mentre la gente passa e va. Vorremmo tanto vedere ciò che stanno guardando quei turisti, le loro immagini, i video, possibilmente i loro pensieri. Ma intanto vediamo solo la (pre)potenza del presente che divora la memoria, che la trasforma in esperienza o souvenir, che moltiplica lo sguardo (forse) senza riuscire a vedere niente.

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