Whore's Glory

01/10/2012 00:00

Fabrizio Tassi

Recensioni, michael-glawogger,

Whore's Glory

Giro del mondo della prostituzione, senza giudizi, senza indignazione. Pura esibizione dei corpi, che provoca attrazione e repulsione. Glawogger al suo meglio.

 

 

 

Giro del mondo della prostituzione, senza giudizi, senza indignazione. Pura esibizione dei corpi, che provoca attrazione e repulsione. Glawogger al suo meglio.

 

 

 

Ragazze in vetrina a Bangkok. Annoiate, gasate, sfacciate, oneste lavoratrici, donne devote, signore sopra le righe, adolescenti semplici, furbe, sciocche, avvilite. Tutte lì a guadagnarsi il pane nel grande acquario della prostituzione legalizzata. Gli uomini arrivano, guardano e scelgono. Sa fare questo? Fa anche quest’altro? Con scontrino fiscale. 

Bambine in vendita in Bangladesh. La madre arriva e contratta il prezzo. L’imprenditrice del sesso valuta la merce e alla fine compra.Vicoli puzzolenti, degrado diffuso, uomini disputati tra le ragazzine, urla, litigi, una prostituta minorenne cacciata perché si è comportata male, destinata a morire di fame, forse.
Donne che vivono nel villaggio del sesso in Messico. Il cliente arriva con la macchina, paga un biglietto e poi va a scegliersi la merce. Orgoglio delle prostitute storiche, che timbrano il cartellino dalla notte dei tempi. C’è chi prega la Madonna per avere lavoro. Chi interrompe il servizio sul più bello perché è scaduto il tempo, e il tempo, si sa, è denaro.

La nuova impresa di Michael Glawogger ha dell’incredibile. Potrebbe anche essere un video pop, se non fosse un viaggio all’inferno. Potrebbe essere un documentario d’assalto, un’inchiesta impegnata e impegnativa, se l’estetica non fosse così “sbarazzina”, come se si trattasse di usare il tema esibendone la sostanza intima: la mercificazione del corpo e dei desideri.
D’altra parte se esiste questo film è solo perché la produzione ha pagato le prostitute per confessare, raccontare, farsi riprendere mentre esercitavano il mestiere (con la complicità dei clienti). E poco importa quanto di quelle storie sia “vero” e quanto messinscena (non del regista ma delle ragazze). Anche il modo in cui ci si racconta è parte del contesto e contribuisce allo “svelamento”.

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Whore’s Glory non è un film di denuncia. Glawogger non ha deciso in anticipo cosa ne pensava del tema in questione e non aveva nessuna verità da dimostrare. «La prostituzione non è condannata o difesa. La prostituzione semplicemente c’è, esiste», e non assomiglia ai luoghi comuni che ci consentono di liquidarla velocemente come una piaga sociale, o una stortura morale, o una forma di oscena schiavitù (…) Tra le qualità principali di questo film, ci sono l’ambiguità e la contraddittorietà. Provoca attrazione e repulsione. Sembra giocare con il pubblico, sul filo della provocazione e del voyeurismo, belle immagini, bella grafica, bella musica, salvo poi costringerci a confrontarci con realtà inquietanti, grottesche, angoscianti, repellenti.
Avevamo già scritto ai tempi di Workingman’s Death (2005) di questa sua facilità e felicità espresiva (la sua prima pioggia di premi è arrivata nel

1998 con Megacities), associata a un rigore e a un’urgenza che non hanno bisogno di essere (di)mostrate (esibite) attraverso la solita estetica ruvida e minimalista (…)

Il grosso del lavoro di Glawogger si fonda sulla pre-produzione, la ricerca del luogo-simbolo, della situazione esemplare e insieme surreale, fatta apposta per spiazzare le attese e scombussolare le nostre aspettative. Ci riesce, Glawogger, un’altra volta. E ci abbandona lì, frastornati e scombussolati, come il tizio piantato in asso nel bel mezzo di una prestazione, in una sequenza che è l’apice dello svelamento e dell’o-sceno, e contemporaneamente l’evidenza della messinscena.

Recensione completa su Cineforum508: https://shop.cineforum-fic.com/prodotto/pdf-cineforum-508/

 

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