Invictus

10/04/2010 09:34

Fabrizio Tassi

Analisi, clint-eastwood,

Invictus

Ne è passato di cinema da Dirty Harry all’apologia di Madiba. Dalla fenomenologia della vendetta alla mistica del perdono. Un solenne mix di enfasi e sobrietà.

Ne è passato di cinema da Dirty Harry all’apologia di san Madiba. Dalla fenomenologia della vendetta alla mistica del perdono. 

Vista in questo modo, l’avventura etica ed estetica di Clint Eastwood fa una certa impressione. Ma non bisogna essere degli eastwoodiani ortodossi per capire che la questione non è così semplice. Oggi ad esempio sappiamo che quando davamo (davano) dell’arrogante fascista all’ispettore Callaghan ci sfuggiva la sua vocazione anti-sistema, la solitudine dell’eroe che cerca la giustizia a costo di violare la legge, il personaggio che vive ai margini dell’universo wasp (Eastwood ci ha fatto notare in passato che Callaghan piaceva al pubblico black, per la sua condizione di uomo solitario condannato alla diversità).

Arrivati a Gran Torino (id., 2008), ci ha fatto una certa impressione rivedere Clint inquadrato dal basso, contro il cielo, mentre ci punta un’arma in faccia, con l’espressione del Dirty Harry più arrabbiato: vendetta! Quanto è stato efficace, con una semplicità quasi elementare, nel farci odiare quel branco di giovani teppisti? Nel costruire il più stolido dei meccanismi narrativi fondati sull’occhio per occhio, quelli con la catarsi finale del sangue giustamente versato, della soppressione fisica del cattivo? (…) 

Ecco il passo successivo: il martirio “cristico”che sposta i termini della catarsi classica, capovolgendone il significato. E stiamo parlando di un uomo, Walt Kowalski, che è certamente un solitario, uno che vive ai margini, uno che ha sete di giustizia, anche se per capire cosa è giusto davvero deve avere il coraggio di uscire dal suo giardino (…)

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E adesso, dopo che Dirty Walt si è immolato per salvare un ragazzino hmong, ecco che Eastwood ci presenta il santo laico Nelson Mandela, scendendo sul difficile terreno della retorica della riconciliazione, e a qualcuno viene il dubbio che abbia fatto il passo più lungo della gamba: che c’entra quest’uomo tutto d’un pezzo col tormento dei suoi tipici eroi? Dov’è la fatica di diventare se stessi, il percorso emotivo e morale che rende uomini, tra errori, cadute, risalite, scelte esemplari? 

Eppure il Mandela-Madiba di Eastwood e Morgan Freeman (Invictus è un tipico caso di metempsicosi cinematografica) è certamente un uomo solo, uno che ha un grande sogno di giustizia e soprattutto un eroe che viene dal nulla – come tanti personaggi interpretati e raccontati da Eastwood – anche se in questo caso è il nulla concreto di una minuscola cella in cui ha vissuto per ventisette anni. 

Lo vediamo spuntare in auto da una strada, e ci piace pensare che sia la stessa imboccata dal giovane Thao alla fine di Gran Torino. Invictus arriva da lì e attraversa plasticamente (un campo da rugby e uno di calcio, un elegante steccato e una recinzione sbrindellata, i bianchi e i neri) la contrapposizione quasi ovvia che percorre tutta la storia umana: buoni e cattivi, vittime e carnefici, oppressi e oppressori. 

In Gran Torino è ancora con la violenza che bisogna fare i conti ed è attraverso la violenza (di un sacrificio umano) che si ritrova la speranza (…) Ma si vede che a Eastwood non bastava quel capovolgimento totale. Voleva ribaltare anche il rapporto tra l’eroe e il mondo, andare al di là dell’individuo che fa i conti con la realtà, compiendo il suo destino, per raccontare un uomo capace di trasformarla, la realtà, perché «io sono il padrone del mio destino» (come recita la poesia di William Ernest Henley). 

Il Mandela eastwoodiano – è chiara la differenza con quello vero? – non ha più niente da imparare (a parte le regole del rugby) e non ha altre armi oltre a quelle della «comprensione, della moderazione, della generosità». Va al di là della logica stessa del sacrificio cristianamente inteso. Lui è convinto che «il perdono libera» e «cancella la paura». Rompe il circolo vizioso della violenza che chiama la vendetta.

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Quindi stavolta non si tratta più di raccontare il percorso di un uomo che deve trovare le ragioni delle proprie azioni, confrontarsi con il proprio passato, avere il coraggio di smentire se stesso. Stavolta è il mondo attorno a lui che deve capire e cambiare. Qui non c’è spazio per la contraddizione o l’ambiguità. Madiba è «solo un uomo, con i problemi di un uomo», ma è anche il Sole attorno a cui ruota un Paese che non c’è e che deve trovare un sogno di grandezza, tutti uniti intorno a una fede. 

Ritroviamo in Invictus il mito della fondazione di una Nazione, tanto caro a Clint Eastwood, così come la dialettica padre-figlio. Qualcuno ha sollevato dubbi sul ritratto agiografico di Mandela, sulla mancanza di sfumature, senza accorgersi che Invictus va ben al di là del contesto storico che rappresenta (…) Mai come in questo film, le inquadrature di Eastwood assumono una solennità quasi ieratica: il principio per cui «bisogna avere il coraggio di tenere un’inquadratura, di starci sopra» (parole sue), acquista un carattere mitico-archetipico quando si tratta di stare sul primo piano di un uomo che sta facendo un discorso potenzialmente retorico, ma che alla fine risulta sorprendentemente potente, fondando il valore del vivere comune di un intero Paese. Chi non vorrebbe essere lì, in quella Nazione nascente, in cui non ci sono più nemici ma «concittadini in democrazia», e un inno cantato allo stadio fa piangere di gioia e di orgoglio?

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È significativo anche che oltre alla sintassi del campo-controcampo, la forma che traduce e alimenta il confronto, ci sia qui un continuo, lento, morbido, quasi invisibile movimento della macchina da presa, che sembra voler unire in un abbraccio gli elementi all’interno del quadro, dentro un dialogo, nella cella di Mandela (insieme al suo fantasma) e poi allo stadio, come a tenere insieme un intero popolo, finalmente.

Non veniteci a dire che non è miracoloso questo intreccio di enfasi e sobrietà. Qui il cinema di Clint, a tratti, sembra quasi voler scomparire, per paura di dire una parola di troppo, di mostrare un gesto in più del necessario. Conta solo quell’uomo «diverso da chiunque altro ho incontrato finora», un uomo solo, un «ex terrorista», un tizio arrivato dal nulla di una galera, che ha perdonato il suo aguzzino e gli ha insegnato a sorridere. Dio («Qualunque dio esista») benedica l’Africa, sì, ma benedica anche noi, sprofondati nel circolo vizioso della paura e delle vecchie aride categorie. Perché la questione sta tutta lì.
Quanto al cinema di Eastwood, resta in parte un mistero come in un film difficile e pieno di trappole come questo, che non ha l’olimpica perfezione di Gran Torino, o la profonda verità di Million Dollar Baby, o la tensione di Mystic River, riesca a comunicare una forza e una verità che vanno ben al di là dei suoi (banali) difetti. Vale quello che lo stesso Eastwood, qualche anno fa (su «Positif»), diceva dei “grandi”, a partire da Capra: «Chiunque può mettere insieme un’inquadratura che funziona, ma nei film dei più grandi c’è qualcosa di difficile da definire, che non è scritto né immediatamente visualizzato e che tuttavia pervade l’intero film... Un’energia sotterranea».

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