Dawson City

15/05/2017 00:00

Fabrizio Tassi

Analisi, bill-morrison,

Dawson City

Un’operazione medianica. Che parte da una resurrezione, il riemergere dalla terra di centinaia di bobine, quasi fossero fossili, reperti di un'era dimenticata.

Le doppia natura del cinema: materiale e spirituale. Da una parte la pellicola, le bobine, la macchina che registra e proietta, il supporto deperibile (mortale), i graffi, le abrasioni, le spuntinature, il nitrato di cellulosa che prende fuoco con facilità, l’emulsionante fotosensibile che cattura il fantasma della realtà, il cinema al fulmicotone, nato da un esplosivo. Dall’altra le immagini immortali, le storie e i personaggi, il visibile ma anche l’invisibile, il sogno del cinema, la realtà rivelata, la carne e lo spirito del mondo fotografato, la sua (ri)creazione.

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Dawson City – Il tempo fra i ghiacci non è semplicemente un documentario, anche se la sua struttura è fondata su documenti eccezionali, anche se il film documenta una sorprendente cine-scoperta avvenuta nel nord del Canada (Yukon), e racconta insieme la nascita di una Nazione capitalista (l’America del Novecento) e la diffusione travolgente del medium cinematografico (le due cose sembrano strettamente collegate).

Dawson City è un’operazione medianica. Che parte da una resurrezione (materiale e metaforica), il riemergere dalla terra di centinaia di bobine, quasi fossero fossili, reperti archeologici di un’era dimenticata. E prosegue ridando voce (visione) a quei film, rievocando quei fantasmi, lasciandoci in balia di quella malia inebriante e misteriosa, mentre si torna a raccontare anche la febbre dell’oro, l’epopea del Klondike, la nascita di una città (Dawson) e il suo sviluppo tumultuoso, in un caleidoscopio di volti, nomi, luoghi, eventi (fantasmi anche loro).

Il bello è che tutto comincia come un qualsiasi servizio televisivo. Immagini di repertorio, un’intervista, il ricordo della prima proiezione mondiale dei film ritrovati (era il 1977), la storia di un pastore pentecostale che con la sua escavatrice prepara il terreno dove sorgerà un centro ricreativo e che, invece, inaspettatamente, trova un tesoro (cinematografico). Cinquecentotrentatre bobine restaurate dal Dawson City Film Find e la Libreria del Congresso Usa, per trecentosettantadue film muti che l’industria del cinema dava per dispersi. Pellicole che arrivavano a Dawson, in quel luogo sperduti alla fine del mondo, anche due, tre, cinque anni dopo la loro uscita, e che laggiù esaurivano la propria vita, perché rimandarle indietro sarebbe stato troppo costoso e allora tanto valeva murarle da qualche parte, sotterrarle, buttarle nel fiume Yukon (…)

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La sostanza del discorso di Bill Morrison, però, sta in quelle prime immagini – prima dei titoli di testa – in cui troviamo i fratelli Louis e Auguste Lumière in forma fantasmatica (poi ci imbatteremo anche in Edison), nell’intuizione della Eastman Kodak che trasformò il fulmicotone in una plastica flessibile ideale per le riprese e le proiezioni (sostituito dal più sicuro acetato di cellulosa solo nel 1949), nell’evocazione del primo incendio provocato dal cinema nel 1897, centoventisei vittime al Bazar de la Charité di Parigi. 

Si parte da qui, dalle origini della Settima arte, dal suo fondamentale contributo alla modernizzazione dei costumi, ma anche dalla sua capacità di andare oltre, in profondità, dall’altra parte della realtà, come rivelano scene e fotogrammi di quei film ritrovati (degli anni Dieci e Venti), la cui bellezza a tratti toglie il fiato.

Morrison ci riporta all’inizio della corsa all’oro, utilizzando soprattutto le celeberrime foto di Eric Hegg, che percorre con lente carrellate e panoramiche, e attraversa utilizzando lo zoom, in due movimenti contrapposti: dall’universale astratto della storia e dei numeri dentro la realtà in profondità; dalle vite singolari e i luoghi particolari alla storia universale. Curiosità vuole che la corsa all’oro del Klondike cominci negli stessi anni in cui nasceva il cinema, per la precisione nel 1896 (…)

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A questo punto il film di Bill Morrison è già diventato una liturgia, anche grazie a una colonna sonora solenne e ossessiva, fatta di accordi ripetuti in circolo, brandelli di suoni e voci evocative, che accompagnano la seduta spiritica in cui si susseguono personaggi celebri e comparse sconosciute, pezzi di film uniti in sequenze a tema (bambini, sguardi, gioco d’azzardo, persone che origliano a una porta, baci rubati...), fotografie d’epoca, immagini ritagliate su sfondo nero, come quella della ballerina Klondike Kate Rockwell e del suo amante, il barista Alex Pantages, destinato a comprare l’Orpheum Theatre di Dawson City (quarantottomila abitanti nel 1898!) e a diventare un magnate del cinema, con oltre settanta sale in tutto il Nord America (…)

Il mondo visto da Dawson City: guerre, invenzioni, lotte sociali, le leggi sul lavoro minorile e le giornate di otto ore, le world series di baseball truccate, Lo strano caso di Mary Page... Il mondo visto attraverso i cinegiornali e le centinaia di film proiettati ogni anno, mentre il capitalismo costruisce la sua ricchezza, con l’arrivo dei Guggenheim e la nascita della Yukon Gold Company, che fa razzia di concessioni e si prepara a trasformarsi in Corporation, guadagnandosi il monopolio dell’oro e distruggendo il territorio con le sue enormi dragatrici. Ma qui non c’è denuncia o inchiesta, così come non si cerca la poesia a tutti i costi. Non c’è solo un cineasta che indaga e testimonia la realtà. Non c’è semplicemente un cinefilo che onora la sua arte e celebra la redenzione del mondo attraverso la bellezza e il cinema. C’è davvero un medium, che si mette a completa disposizione dell’al di là della storia e del cinema, trovando intuizioni fulminanti, rivelazioni enigmatiche, sottolineature ironiche, rimandi, riverberi e rime interne tra le immagini (…)

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Che misteriosa bellezza hanno quelle pellicole rovinate dall’acqua e dal tempo, quelle immagini popolate da macchie, graffi, striature, ectoplasmi! La fine del film proclama che non ci sarà mai una fine, tra le immagini di La salamandra (1916) e una ballerina che danza con i segni del tempo.

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