(…) Arriva Ponyo, disegnato completamente a mano, con i suoi pesciolini che vengono alla luce scoppiando come popcorn e le sue gigantesche onde-valchirie ittiche ed occhiute (in cineteca, subito!), con il suo inno all’amore gratuito e assoluto capace di commuovere anche i cinici militanti, ed eccoci tutti vittime di un incantesimo.
Eravamo arrivati a Il castello errante di Howl, fantasy complesso il cui décor si mangiava tutto il resto, ci poteva ancora essere l’alibi dei “grandi temi” o della “metafora”, si parlava di guerra e volontà di potenza, si giocava con il fanta-modernariato. Qui invece siamo al grado zero, l’abc, l’alfa e omega, l’ambarabaciccicoccò, ma il cinema di Miyazaki ne esce trionfante, dandoci l’occasione di capire cosa, nel suo Dna (se materialisti) o nella sua anima (se spiritualisti), lo rende così “diverso”.

Incanto e poesia, meraviglia e magia. Suona così il mantra che noi critici intoniamo spesso a Miyazaki. È sempre difficile parlare di qualcosa che non ha bisogno di troppe parole, e allora ci rifugiamo nei giudizi apodittici, che guarda caso sono quelli preferiti dai bambini. La cosa vale ancora di più in un film come questo, dimostrazione plastica della differenza abissale che c’è tra la semplicità e la semplificazione (che è un po’ come dire tra sostanza e superficie delle cose).
Può sorprendere sapere che ci sono voluti 180 mila disegni per realizzare Ponyo, contro i 110 mila necessari a La città incantata, summa dei temi e delle arti di Miyazaki, così ricco, complesso, ambizioso, rispetto alla storiella banalotta di una pesciolina rossa che vuole diventare umana e del bambino che la adotta, salvando il mondo (?).
A cosa servono quei 70 mila disegni in più? Non a dare maggiore profondità psicologica ai personaggi, non alla coerenza della storia, non all’imitazione della realtà. Il punto forse sta proprio qui, in ciò che nel cinema di Miyazaki eccede i fondamenti del cinema. Il bello è che il maestro giapponese aveva dato alla sua squadra l’ordine di semplificare il disegno, la linea degli oggetti e dei personaggi, le forme, i dettagli decorativi. In compenso la regola era: muovete tutto! Alla faccia dell’ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.
Ponyo è prodiga sovrabbondanza, è magnifico “spreco”. È l’esatto contrario di quelle operazioni industriali in cui le idee, i contenuti tecnici, le emozioni indotte, sembrano il frutto di una lunga mediazione, una ripartizione aritmetica di costi e benefici.
A parlar d’anima si rischia di scivolare nell’ineffabile, non è una categoria criticamente ponderabile, ma stavolta commetteremo peccato. In Ponyo c’è tanta anima (libertà espressiva, gioia, grazia, sentimento non sentimentale, bellezza non ornamentale) che basterebbe a rianimare un qualsiasi sequel di Madagascar, un Bolt, un Mostri contro
Alieni in 3D (a proposito di cinema al servizio della tecnica). Ed è indubbio che il calore e la vitalità, il realismo fantastico, il surrealismo concreto, sono legati alla scelta di utilizzare la matita, di impiegare pastelli e acquarelli, di fregarsene se lo steccato di una casa è fatto di linee storte o se l’erba non è animata filo per filo come nei magnifici film Pixar.

Non ne stiamo facendo una questione di artigianato contro tecnologia digitale (che è una forma di artigianato anche quella). Il modernissimo (ma con spirito antico) Wall-E infatti ci è sembrato un capolavoro, anche se era tutto ciò che Ponyo non voleva essere, col suo respiro quasi epico, le citazioni impegnative, la grammatica cinematografica raffinata, la storia importante anche dal punto di vista metaforico. Il fatto è che Ponyo farebbe ridere se raccontato con il linguaggio scelto dalla Pixar per Wall-E, che aveva bisogno di un realismo (visionario) convincente per esaltare il suo eroe chapliniano. Nel film di Miyazaki conta molto più la libertà del fare-disegnare che quella del riprodurre e re-inventare, vale l’intuizione più che l’organizzazione, la sua logica delle meraviglia è concreta, magica ed emotiva, piuttosto che filosofica o dimostrativa.
Chi ha una qualche dimestichezza con la matita sa quanto l’espressività del segno sia più importante della precisione, lasciando ampio spazio al sentimento, la personalità, l’arte del disegnatore, e alla fine ottenendo l’effetto di un’animazione vibrante, immediata, che non ha i caratteri allucinatori-iperrealisti del miglior digitale. Per non parlare dello spazio lasciato all’immaginazione di chi guarda, l’indefinito, e quel po’ di incompiutezza che è legato al lavoro artigianale.Tutto questo va ad esaltare lo specifico mondo immaginario di Miyazaki e il suo linguaggio, che mette insieme quel senso di sospensione, di “senza tempo”, così tipicamente orientale (come il senso pagano del sacro e l’apparente normalità dell’incredibile) e un gusto occidentale del pittoresco opportunamente trasfigurato (anche se stavolta hanno meno importanza le macchine retrò e le architetture chimeriche fatte di innesti e bizzarri miscugli), la grammatica del manga e il lirismo calligrafico, il peso delle cose (della realtà) e la loro trasfigurazione, ad esempio nella leggerezza del volo, che qui diventa liquida levità (…)

L’acqua è un luogo misterioso, in cui prolifera la vita, la ricchezza di forme e colori, in cui abitano spiriti e divinità. Il mondo di sopra invece è statico, abbarbicato su una montagna-isola, circondato dalla natura che sta per ribellarsi, eliminando quelle «creature stolte e deplorevoli» che sono gli uomini. Si trova un po’ di vita là dove stanno l’asilo e l’ospizio, dove convivono bambini e vecchi, quelli che sembrano avere il tempo e la voglia di pensare, giocare, contemplare, ricordare, immaginare (…)
Il cuore del film, ovviamente, sta tutto nell’incontro tra Sosuke e Ponyo (quante formidabili coppie-bambine nel cinema di Miyazaki!) e nella riflessione semplice sulla responsabilità e il “prendersi cura”(degli altri e del mondo in cui vivi). Ponyo che corre sulle onde, cavalcando la forza della natura, sarà difficile da dimenticare, come immagine di un sentimento impetuoso e invincibile.
Alla fine, mondo degli uomini e mondo della natura si riconciliano, almeno per questa volta, e la Sirenetta di Andersen, da cui era partito il progetto, si rivela per quello che era: un utile pretesto, un’intuizione. Spicca invece la figura super-materna, archetipica, della Gran Mammare, divinità marina, simbolo dell’accoglienza e della comprensione, contrapposta ironicamente alla nevrotica rabbia del piccolo padre-stregone, che vorrebbe far rispettare la legge con tutti i mezzi e sogna la vendetta contro il maledetto mondo umano (peraltro gli uomini se ne stanno tutto il giorno al largo, su una nave, e hanno un rapporto superstizioso col sacro).
Ma non ha fatto i conti con l’ostinazione dei bambini, la loro utopia genuina. Non c’è tsunami che tenga. La felicità è un pesciolino dentro un secchiello che dice «A Ponyo piace Sosuke», mentre gli occhi di lui piangono per la gioia. Cosa volere di più dalla vita? (…)

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