Cannes 2019: Medianico vs Mediatico

01/07/2019 00:00

Fabrizio Tassi

Appunti,

Cannes 2019: Medianico vs Mediatico

Potere del cinema e delle sue virtù medianiche. Annata memorabile al Festival di Cannes, fatta di autori poeti e demiurghi che trasfigurano la realtà

Potere del cinema e delle sue virtù medianiche. Evocatore di mostri e di eroi, terreno fertile per “revenants”, luogo di apparizioni fugaci e reincarnazioni di paure ancestrali. Le metti a confronto (in attrito) con la realtà - periferie, sfruttamenti, immigrazioni, consumi deliranti, desideri ipnotici, fragilità, prepotenze anti-sociali – e il reale ne esce trasfigurato, nel senso di figurato meglio, al di là del luogo comune “realistico”, per farcelo vedere più in profondità. Magari usando la lente di ingrandimento del genere, che aiuta a focalizzare la tensione, a concentrare l’energia della visione.
Gli zombie che siamo diventati, dentro una commedia – surreale come la vita – che sa di essere una commedia (Jarmusch). I migranti che tornano dal mare e dalla morte, entrando nei corpi delle amanti, di amici e nemici, per riavere ciò che è loro, la giustizia e l’amore (Diopp). Il passato primordiale, il sangue degli schiavi, la cultura voodoo, che attraversano il tempo e lo spazio e riemergono in forma horror per sconvolgere la nostra realtà educata, fragile, smemorata (Bonello). Ma anche la resistenza degli ultimi, i marginali, in forma di western distopico (Mendonça Filho); un fiore che garantisce una gioia senza pensieri, il disumano, in un horror tutto mentale (Hausner); la satira sociale e la commedia nera come strumento per esplorare la cara vecchia lotta di classe, la guerra fra poveri, la famiglia, l’identico e il diseguale (Bong) (…)

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Eravamo rimasti a un’edizione 2018 in cui aveva trionfato il “cinema del dispositivo”, il film che sta tutto nell’idea, nella forma evocata, nel meccanismo stilistico e/o narrativo, nell’arida nobiltà cinefila (cinefiliaca). Ci ritroviamo, a sorpresa, nel 2019, col dispositivo al servizio della realtà e del cinema, in un soprassalto di orgoglio e consapevolezza. E i risultati sono sorprendenti, a volte anche potenti (…)

E a proposito dei “soliti noti”: ci sono autori diventati negli anni dei veri e propri generi, o comunque degli aggettivi (il tarantiniano, il malickiano, il film alla Almodóvar), che in questo caso hanno portato il loro mestiere a livelli di incandescenza e/o di consapevolezza fenomenali. Ecco allora l’Almodóvar che non ti aspetti, che parla di sé e di come il cinema scaturisce da sé, con una dolcezza infinita, un’olimpica misura, una verità figlia della bugia cinematografica. Ecco Tarantino “il teorico”, che veleggia ormai nei territori dell’astrazione, che omaggia ciò che ama mentre porta ancora più in là l’idea quasi romantica di un cinema che si vendica della vita e della storia “sbagliata”. Ecco Malick, dato per smarrito nel suo universo di forme fuori dal tempo e dello spazio, di mistiche illuminazioni, che sceglie una storia forte, si appoggia alla sua etica e alla sua estetica, e la trasfigura.
Tutto questo in un’edizione in cui abbiamo potuto applaudire un Kechiche sempre più immerso nel suo (nostro!) flusso (più cunnilingus per tutti!), un Desplechin ispirato, un Dolan dolaniano, un Lav Diaz che è quasi un pamphlet, un Dumont sempre radicale (Jeannette è cresciuta, diventando Jeanne, meno punk e più mistica, sempre eversiva e solenne), un Bellocchio potente, un ottimo piccolo Herzog, un mirabile Cavalier (…)

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In Francia li vedranno quasi tutti. A noi, come ogni anno, toccherà sperare nei festival, le rassegne culturali, i piccoli distributori illuminati. Siamo sempre lì. Viviamo nell’era della moltiplicazione dei mezzi di diffusione, delle piattaforme, degli strumenti di condivisione in rete, dell’on demand, in cui però la differenza rischia di essere cancellata dalle dinamiche di mercato e la politica delle nicchie sclerotizzate.

Un mondo in cui Cannes brilla nella sua altera funzione, quasi sacerdotale, di custode del film visto in sala, e che investe proprio su questa “differenza” per dare voce anche a quel cinema che senza Cannes forse non esisterebbe neppure, radicato nella storia del grande schermo, cosciente della sua funzione, della sua libertà espressiva, dello specifico del suo linguaggio.
Certo, la logica darwinista del mercato fa sì che in tanti soccombano, sparendo nei meandri del programma, o prima ancora nelle secche della selezione. Ma in attesa di trovare soluzioni più consone ai tempi e alle tecnologie a disposizione, la croce vale ampiamente la delizia.

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