No - I giorni dell'arcobaleno

01/06/2013 00:00

Fabrizio Tassi

Analisi, pablo-larrain,

No - I giorni dell'arcobaleno

Il futuro della democrazia? Si chiama mercato. Il sapore dolceamaro della vittoria contro Pinochet, che prelude alla politica ridotta a jingle pubblicitario.

Il futuro della democrazia? Si chiama mercato, capitalismo, consumismo. Volenti o nolenti. Pinochet è stato sconfitto, ma non ha certo vinto (lo spirito di) Allende. È (anche) di questo che parla l’ultimo film di Pablo Larraín. È (anche) questo il motivo di quel finale beffardo, che ci riporta all’inizio della storia, come se nulla fosse veramente accaduto. Della malinconia che esplode silenziosa proprio in mezzo alle grida di gioia e di liberazione, dentro lo sguardo cupo, perplesso di Gael García Bernal (…)

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Non per niente, all’inizio del film, il nostro “eroe” sta cercando di vendere una bibita che si chiama Free. Qualche sequenza più in là ci troveremo alle prese con la vendita della libertà, del concetto e della sua forma politica (fine della dittatura di Pinochet, inizio della democrazia), come un prodotto qualsiasi. E questo ci offende, proprio mentre ci esalta la storia di un’impresa impossibile diventata realtà. Bisognava sconfiggere Pinochet, liberare un intero paese, fermare i soprusi, le violenze, la soppressione dei diritti e delle libertà civili, e lo si è fatto con le armi pacifiche della comunicazione, dell’ironia, del sogno di vivere in un mo(n)do diverso. Obiettivo centrato. 

Ma come la mettiamo con la politica ridotta a slogan, jingle, spot pubblicitario, con la deriva a cui si espone questa forma di propaganda (qui positiva, ottimista, libertaria), con la forma che prevale sulla sostanza? Come la mettiamo con le conseguenze inevitabili di questo processo, che sono sotto gli occhi di tutti? Cosa faremo quando il “cattivo” sarà più bravo di noi nell’arte della comunicazione? 

È un po’ come per quelle medicine che curano i sintomi ma non eliminano la malattia alla radice: va bene, questa volta abbiamo sconfitto il nemico, la dittatura, ma come agire sulle condizioni che hanno permesso al “male” di attecchire, come cambiare le coscienze, cosa fare per rinnovare una società e le sue istituzioni in profondità? Non è un tema del film, ma è il suo risvolto negativo, l’ombra che aleggia sulla gioia per la vittoria.

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Ecco l’ambivalenza che rende così inquietante questo film, che è straordinario per la qualità della scrittura e la mimesi virtuosistica della regia (sporca, vitale, “ottantottesca”), per le interpretazioni di Bernal e Alfredo Castro, per l’efficacia dell’affresco storico-sociale-politico che si fa documento e la naturalezza con cui il particolare (il realismo ricreato e quello documentale) diventa universale.

L’analogico, l’Ikegami 1983, il formato 4:3, adempiono al loro compito estetico illusionistico, mescolando filmati d’archivio e ricostruzione d’epoca, ma allo stesso tempo evitano l’effetto vintage con la relativa nostalgia e l’artificiosità connessa al genere (a parte qualche svolazzo di troppo con la mdp Ikegami per sottolineare la ruvidezza ed esibire l’imprecisione artigianale). Soprattutto evitano che il film appaia come una riflessione astratta o, peggio, un’illustrazione didascalica di ciò che accade nello schermo dentro lo schermo, la tv, lo spazio di libertà (quindici minuti al giorno per ventisette giorni) che il regime fu costretto a concedere all’opposizione, per dare una parvenza di legittimità al plebiscito del 1988. La congruenza estetica (la grana, la forma) tra ciò che sta dentro e fuori il piccolo schermo esalta l’effetto rivoluzionario di quelle immagini piene di ottimismo e allegria («cosa c’è di più allegro dell’allegria?»), lo stacco tra il contesto tetro, la brutalità del regime, il grigiore di un paese paralizzato dalla paura, nella vita collettiva come in quella privata quotidiana, e la visione colorata, qua e là un po’ cialtrona, ma felicemente contagiosa, di un altro Cile possibile.

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Volendo, la questione può essere osservata anche da un altro punto di vista. Siamo sicuri che l’approccio alla materia di René e dei suoi compari sia solamente foriero di devastanti conseguenze futuribili? (diventate poi il nostro presente e passato prossimo, in attesa di verificare le reali possibilità future della cosiddetta “democrazia digitale”). Quell’unica finestra sul mondo concessa all’opposizione, quei pochi minuti di comunicazione giornaliera, costrinsero i partiti democratici a fare i conti con “la gente”, con la realtà così com’è e non come vorresti che fosse, con la necessità di utilizzare gli strumenti del potere, le sue parole d’ordine, le conseguenze delle sue politiche (liberiste), per minarle dall’interno e ribaltare il loro significato. Per non parlare del fatto che quei contenuti pop-pubblicitari permisero di veicolare anche messaggi importanti, consentirono la penetrazione di immagini, documenti, testimonianze, contro-informazione, in strati della società cilena altrimenti esclusi dalle forme consuete di contro-propaganda. Per non parlare del contesto umano e politico che venne a crearsi, la collaborazione tra persone e gruppi anche molto diversi per ispirazione ideale, convinzioni, metodi d’azione e comunicazione, costretti a ragionare sul “cosa”, il “come” e il “perché” di una battaglia comune (…)

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Ha ragione René, all’inizio del film, quando presenta lo spot pubblicitario (e insieme la pellicola che stiamo per guardare): «Quello che vedrete ora è perfettamente inquadrato all’interno dell’attuale contesto sociale» (parole che tornano identiche nel finale). Anche se sta parlando solo di una bibita e di come venderla. «La cittadinanza oggi è diventata più esigente rispetto alla verità e a quello che gli piace». Sì, la democrazia gli piacerà, ma come la mettiamo con la verità?

Quel modo di fare comunicazione politica – al di là dell’obiettivo specifico, fondamentale, raggiunto – non finisce per alterare-falsificare anche il messaggio, a renderlo in fondo innocuo, inserito dentro un sistema, un’idea di società, che usa democrazie e dittature, turbo-liberismi o socialismi di mercato, a proprio piacimento?
Straordinaria l’impresa politica del NO cileno come la racconta Pablo Larraín. Ma ti lascia l’amaro in bocca.

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