Una ragazzina disegna un grande albero, con la memoria. Lo disegna per terra, tracciando un grande cerchio sulla sabbia. È la stessa ragazzina che, nella prima inquadratura del film, dice di non ricordare nessuna storia, seduta su un’asse di legno, tra una piantina appena nata e una lamiera. «Io non lo so come si
racconta una storia». Una di quelle ragazzine che non fanno la storia e neppure l’attualità. A chi potrebbe interessare sapere chi è, cosa vuole, da dove viene?
Amal esce dall’inquadratura, senza dire altro, e si ritrova in un luogo che a noi sembra un non-luogo: una tenda, una strada polverosa, edifici in rovina, ferraglia, campi in lontananza. «Gaza, Quartiere di Zaitun», dice una didascalia.
Amal disegna il grande sicomoro che stava al centro di una strada, su cui i bambini si arrampicavano a raccogliere i frutti. Sguardo intenso, sorriso timido, un’ombra di tristezza: segnata dalla vita, costretta a crescere in fretta. Eccola che racconta la sua storia senza bisogno di “metterla in scena”, di apparecchiarla in melodramma o in “cinema d’inchiesta”, in impegno, comizio, indignazione. Ha trovato qualcuno che sta ad ascoltarla.

Il cinema di Stefano Savona ha questa nobile e umile virtù, quella di mettersi in ascolto. Guarda senza bisogno di spiare, di scrutare morbosamente, di scoprire chissà cosa. Racconta senza dare l’impressione di farlo. Documenta, non come il testimone in un processo, ma come l’ospite che vive in una terra non sua, tra gente che vuole conoscere davvero, nel senso del capire e dell’amare.
C’è un lutto nella vita di Amal, anzi, tanti lutti. C’è la guerra, arrivata all’improvviso. È lei a spiegarci che quel non-luogo in realtà è ricco di vita e di storia, un tempo era pieno di piante e di campi da coltivare. Il suo racconta fluisce, accade, come la pioggia che ascoltiamo all’improvviso. Come quel gesto di coprirsi gli occhi con il suo cerchietto di stoffa, che forse è improvvisato e forse è inscenato - ma qui, dopo pochi minuti, la distinzione non ha già più senso, ogni cosa c’è, semplicemente, così com’è, nella sua aleatoria realtà.
Ed ecco che da quegli occhi chiusi sgorga la memoria animata, disegnata. Ecco il passato, ricostruito attraverso l’arte di Simone Massi, che ha insegnato la sua tecnica a una squadra di animatori. Un disegno che ha la sua impronta potente, la bellezza poietica, quel suo emergere dal nero buio del passato, della dimenticanza, per farsi luce, immagine, emozione. Frutto di quella “tecnica del graffio” che è uno scavare più che un disegnare, è togliere materia, lo strato spesso dell’oblio, per far emergere la forma, la vita. Animazione realistica, sì, ma di una realtà che ha a che vedere coi sogni e i ricordi, con la loro natura polimorfica, sempre in movimento e in metamorfosi. Più che la realtà, il suo sentimento, la sua verità (…)

Da qui la natura duplice, metamorfica, di questo magnifico film, lirico e rivelatore, duro, doloroso, ma anche pieno di speranza e amore per la vita. Perché è anche di questo che si parla. Non di “palestinesi” e “israeliani”, di vittime e carnefici. Parla di genitori e figli, di uomini, donne e bambini che sono unici, ognuno con la sua storia, la sua personalità, il suo modo di essere. C’è un matrimonio da organizzare: il futuro, nonostante tutto. E dentro, intorno, c’è la vita di tutti i giorni, le case, i volti, i rapporti spesso complicati, le tradizioni secolari, usi e comportamenti anche discutibili, ma che nessuno qui vuole discutere, perché si tratta di stare, guardare, conoscere.
Conosciamo il modo di vivere dei Samouni, popolo di contadini sopravvissuti indenni per sessant’anni a conflitti e occupazioni. Conosciamo il loro passato. E incontriamo la guerra, l’orrore, che arriva all’improvviso a seminare morte (…)
Stefano Savona, nel 2009, aveva realizzato un diario filmato dell’operazione “Piombo Fuso”. Da lì è nata l’amicizia con i Samouni, che pagarono un prezzo altissimo, ventinove morti, per lo più donne e bambini, e la distruzione di campi e case. Ci furono un’inchiesta dell’ONU e un’altra dell’esercito israeliano, che riconobbe l’errore.
Ma qui non si tratta di ricostruire quell’episodio, e neppure di celebrare retoricamente i morti innocenti. Non c’è ideologia, in questo film, che infatti ci mostra i membri di Hamas e della Jihad islamica impegnati in quella pratica cinica che è l’appropriazione dei morti per trasformarli in martiri della propria fazione, offrendo in cambio sontuosi funerali pubblici e laute prebende.
Savona vuole raccontare i Samouni, e loro soltanto, quando i partiti e le milizie palestinesi si sono eclissate, quando i giornalisti del mondo occi- dentale se ne sono andati. Persone che cercano di tornare semplicemente a vivere, tra le rovine, prigioniere nella loro terra, mentre piccoli martiri crescono (…)

Non un reportage, ma un romanzo collettivo, che non ha bisogno di epica, che nasce da un sentimento di intimità, da una fiducia costruita tra chi guarda e chi (non) racconta. Noi ci appassioniamo a quelle piccole (non) storie, al bisogno
di ricordare e onorare i morti, alle discussioni tra giovani uomini sul matrimonio, alle storie di amore e morte viste in tv, alle parole del Corano che si animano («Non hai visto come il Signore si è comportato con la gente dell’Elefante? Non ha forse reso la loro astuzia del tutto vana? E inviato contro di loro stormi di uccelli...») in una battaglia da incubo tra giganti d’acciaio che sradicano olivi secolari e agili uccelli armati solo di pietre. Amal porta i frammenti di quella distruzione dentro di sé, nella sua testa. Non ama raccontare, ma quella storia ora la conosciamo grazie a lei. Sulla strada dei Samouni, quella dove c’era il grande sicomoro, ora si celebra un matrimonio.
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