Avete presente quei vecchi arnesi del linguaggio cinematografico, tipo l’ellissi o il deep focus, la dialettica tra campo e fuoricampo, la differenza di significato tra la figura intera, il piano medio e quello lungo? Ricordate tutti quei discorsi accademici sulla trasparenza e lo spettatore inconsapevole (anche quando è tutto frutto di super-consapevolezza cinefila)?
C’era una volta una cassetta degli attrezzi quasi obbligata, che oggi gli autori più autoriali e gli artigiani più ferali (per l’arte) tendono a dare per scontata, come fossero ferrivecchi incapaci di produrre ancora senso e sentimento, senza il doping appropriato (un surplus di stile o di soldi) (…)

Tutto questo per dire che oggi come oggi i custodi devoti di quel modo, classico, di fare cinema, li trovi ormai nel mondo del cartoon, e precisamente in casa Pixar. Sembra che laggiù si siano dati convegno tutti quelli che non si vergognano di andare ancora in giro con la cassetta degli attrezzi, e usare martello, chiave inglese e cacciavite a stella quando necessario (parliamo naturalmente di soggettive, disgiunzioni di prossimità e tante altre cose utili a raccontare una storia che abbia respiro e si faccia credere, magari perfino amare). Gente che sembra perfettamente consapevole del fatto che Hollywood ormai ha appaltato all’animazione la sua vecchia funzione di “costruttore di sogni” e “suggeritore etico”.
La questione ha dei presupposti di tipo storicotecnologico. Quando l’universo dell’animazione americana ha abbracciato una volta per tutte la CGI (Computer Generated Imaginery), la computer animation tridimensionale, e il suo potente effetto-realtà, quando ha scoperto la gallina dalle uova d’oro del “cartoon adulto”, quello che parla sia ai piccoli che ai grandi e non sempre in questa successione, è diventata sempre più cinematografica, dal taglio delle inquadrature al tipo di montaggio, dalla scelta delle storie alla complessità dei personaggi.
In questa prospettiva, l’approdo al linguaggio nobile e immediato del grande cinema classico è stato quasi obbligato, essendo necessario fondare la rivoluzione su una solida base comunicativa (…)

Chi ha inaugurato e poi portato fino in fondo questa trasformazione è stata proprio la Pixar, in cui sono convenuti veri amanti del cinema, tecnici nerd geniali, visionari appassionati allo stesso modo di Corman e di Capra, ritrovandosi nella fortunata contingenza di un pubblico che chiedeva cartoon più complessi e film live meno fragorosi, ovvi e manieristi. Anche se forse, paradossalmente, il vero segreto della Pixar (e imitatori) è stato soprattutto il ritorno a una cosa pressoché dimenticata dal “cinema adulto”: le storie (…)
Up forse non ha le invenzioni di Monsters, Inc., non ha le finezze tecnico-scenografiche di un Finding Nemo o un Ratatouille, non è un capolavoro poetico come Wall-E, eppure è un esempio perfetto della maturità narrativa e cinematografica, della olimpica (ma divertita) classicità del cartoon Pixar.
E questo a partire già dalla scelta del protagonista, una sorta di Alvin Straight, che invece di viaggiare in orizzontale, attraversando il Paese, con i piedi ben saldi a terra, per chiudere i conti con il passato (e fare pace con il fratello), se ne vola in cielo, togliendo il disturbo e dicendo addio a un mondo senza sogni (per fare pace con l’anima di sua moglie e per scoprire che si può volare anche stando coi piedi per terra). E parliamo di una delle facce meno realistiche viste sugli schermi d’animazione più recenti: una testa a trapezio, con la bocca a triangolo, un cerchio al posto del naso e due lenti rettangolari. Un viso astratto, geometrico, appiccicato addosso a un personaggio super-realistico, con un cuore grande così (…)

Una metafora banale e abusata, “la vita come un’avventura”, viene ripescata da Pete Docter e Bob Peterson e riabilitata in un film a tre strati: in realtà tutto ciò che c’è da dire sta dentro quella superba sequenza in cui una vita intera è riassunta in pochi minuti di cinema doc (in cui la cassetta degli attrezzi è usata con precisione, semplicità, sentimento).
Ma prima di capirlo, bisogna attraversare tutta la seconda parte, il “film d’azione”, che sembra realizzare finalmente lo Spirit of Adventure sbandierato nel prologo dalla mitologia cinematografica in bianco e nero, e che invece è solo un percorso interiore necessario a capire ciò che era già scritto nelle cose (nella prima parte del film), ma che non eravamo ancora in grado di vedere davvero (…). Tutto questo infarcito di tante piccole idee di regia e raccontato con lineare classicità e ispirata leggerezza (smaltito anche l’ultimo tenace residuo di moralismo, sarà un vero piacere in tutti i sensi).
Se parliamo di animazione (ed escludiamo dalla gara Miyazaki), solo la Pixar oggi può/sa concedersi una scena come quella in cui il vecchio scende lentamente con il servoscala accompagnato dalla musica della Carmen. Solo loro riescono a immaginarsi un nonno che se ne va in giro per il mondo portandosi dietro la propria casa attaccata a una corda. Prendono un’immagine bambina, il sogno di una casetta in cima a una montagna, dove nascono le Cascate del Paradiso, e la trasformano in cinema. In un “classico” del cinema.

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