La La Land

01/03/2017 10:45

Fabrizio Tassi

Analisi, damien-chazelle,

La La Land

Cinema popolare e d'autore, di sognatori che non si arrendono al cinismo, di nostalgia canaglia e modernissima. Un musical in cui a danzare è soprattutto la mdp

C’è una bella differenza tra chi usa le citazioni come fossero un “riportino”, per nascondere il vuoto d’ispirazione e talento, e chi invece le riscrive e le trasfigura, usando insieme il mood originale e  l’eco sentimentale prodotto dalla distanza e la disillusione. Tra chi realizza un’opera enciclopedica e mimetica, di pura cinefilia (l’autopsia di un cadavere, l’evocazione medianica di un fantasma), e chi mimetizza le proprie emozioni-idee-intuizioni dentro un corpo cinematografico che le dissimula e le esalta, che le “nasconde” per farle vedere meglio, come certe nudità che in sé sarebbero scontate, banali, e che opportunamente celate risultano più eccitanti e sovversive.

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Vale la pena ricordare ciò che il giovane Damien Chazelle (oggi trentaduenne) pensa del musical: «Per me il grande paradosso è che questi film, concepiti per il largo pubblico, erano in realtà avanguardistici». No, La La Land non è un film sperimentale dentro le forme del cinema commerciale. Ma è certamente cinema popolare e insieme personale, d’autore e di maestranze, in cui la ricerca espressiva si presenta come ri-evocazione e re-invenzione.

Un musical in cui danza più la macchina da presa dei suoi protagonisti ballerini, la costruzione narrativa è tutt’altro che classica e la trasparenza è sostituita da un’opacità luminosa, che non ha più nulla a che vedere col postmoderno, ma non è nemmeno neoclassica o manierista. Cinema di sogni che non devono realizzarsi fino in fondo, per non perdere la loro magia, confinata nel luogo dei desideri impossibili, degli amori immortali, della bellezza (im)perfetta, che assomiglia al cinema (…)

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Lui è un patito di jazz, ma quello “puro”, che ormai sta morendo, un feticista che sogna di riaprire uno storico locale e dargli nuova vita. Lei è una barista aspirante attrice, che tiene in camera un poster gigante della Bergman, è a disagio tra i fasti superficiali della mondanità hollywoodiana e si scrive un monologo teatrale per esprimere se stessa. Ma sono anche due rappresentanti di quella generazione che vive nell’era del post-sogno (imparentato con la post-verità), e si ritrova a muoversi, anche un po’ goffamente, dentro un musical.

Il più nostalgico, e insieme il più moderno, è Chazelle, che è anche un po’ Andrew, il batterista protagonista di Whiplash, che al talento deve aggiungere una disciplina feroce e una volontà sovrumana, se vuole realizzare il suo sogno. Perché in fondo La La Land è anche una performance sopraffina. Il pezzo di bravura di un ex ragazzo che è stato anche musicista. Che il suo film omaggio al musical in realtà l’ha già realizzato anni fa come saggio di fine studi cinematografici, mentre qui si tratta di “fare musical”, essere musical, mangiare ed evacuare musical, in un’epoca in cui quel modo di fare cinema è diventato impossibile, inadeguato, irraggiungibile, roba per sognatori cronici un po’ psicotici, per archeologi del cinema, per altri tempi e altre società.

Non è certo un caso che Chazelle abbia scelto due bravi attori invece di due perfetti cantanti-danzatori, inevitabilmente in imbarazzo quando vengono affiancati da professionisti veri del ballo e della musica: qui c’è in gioco, certamente, la distanza da quel modello-sentimento irraggiungibile; ma allo stesso tempo c’è la verità imperfetta di quell’amore che diventa danza, di quei sogni che si liberano in un canto, di due giovani nostalgici che ci mettono tutto il loro impegno, spirito, sentimento, nell’incarnare il musical. Non è certo un caso che Chazelle ami più Demy che Minnelli (…)

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È inevitabile che un film fatto di cinema – che gioca col rapporto tra realtà “vera” e “rappresentata”, che instaura un dialogo col cinema com’era – stia spesso in bilico tra la vita e la sua messinscena, mescolando i piani, insieme alla consapevolezza di stare dentro un sogno, in un tempo in cui ai sogni (e ai musical) non ci crediamo più.

Seguendo Mia, ci ritroviamo dentro una normalità ingannevole, un bar nel bel mezzo degli studios, la fabbrica dei sogni, a specchiarci (con lei) in ciò che vorremmo diventare e che infatti diventeremo. La mdp stringe sul suo volto, durante un provino, e noi quasi ci dimentichiamo del provino e della mdp, tanto è brava lei e vero ciò che sta recitando-vivendo, se non fosse per quel volto che appare sulla destra, nell’angolo alto dell’inquadratura, fino a quando il fuoricampo (la realtà oltre la finzione) invade la scena, rovinando la magia. Il pre-festa ci restituisce la mdp danzante, fino al gesto che la lancia verso il cielo, come una ballerina che piroetta per aria, e poi si ferma in volo, a contemplare la scena dall’alto (poco dopo si tufferà anche in piscina). Quando ci avviciniamo all’entrata del luogo cosmico, cinematografico, in cui le storie si incrociano e i sogni

deflagrano, è quasi inevitabile che Mia percorra il murales You Are the Stars, Marilyn, Chaplin e James Dean, fino a fermarsi dentro una cornice al neon rossa che costruisce come un’aura intorno a lei; uno stacco su un piano medio-lungo, ed eccola risucchiata all’interno, mentre noi pubblico stiamo ad osservare quel pubblico fatto di star sedute in una sala cinematografica, Errol Flynn e Woody Allen, Laurel & Hardy, Richard Burton ed Elizabeth Taylor, Humphrey Bogart e Judy Garland. Il clacson di Seb ci riporta alla realtà solo per consentirci di ripercorrere il cammino verso il sogno, ancora: d’altra parte lui, a certe cose, ci crede, e alla sorella chiede «Perché hai detto romantico come fosse una parolaccia?» (…)

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L’estate è quella della felicità e delle prime trappole (il successo facile, un tradimento del sogno che destabilizza l’idillio). In autunno la rinuncia è esplicita («Arriva il momento di crescere») e Mia torna a casa, come succede spesso alle ragazze dei sogni, quando il disastro è completo, un attimo prima di trionfare, perché finalmente qualcuno (a un provino) le chiede di raccontare una storia, la sua storia (…)
L’inverno è quello dei sogni cristallizzati, realizzati, pietrificati in un trionfo senza emozioni. Ci vorrebbe un musical, per riscrivere quella storia come andava raccontata. E infatti, finalmente, arriva il musical quello vero, che precipita dentro il motivo dell’incontro, che riavvolge la pellicola e capovolge gli eventi. Il What If è colorato, pittoresco, danzato, è il pezzo di bravura enciclopedico, destinato a schiantarsi contro la realtà. Ma quanto vale quello sguardo che si scambiano alla fine, autentico e senza tempo, in cui c’è la malinconia di chi non ha potuto vivere il sogno quando era ancora vivido e potente, ma anche la bellezza del gesto (romantico) di chi accetta di riviverlo lo stesso, nella gioia e nel dolore, per sempre, fino a quanto The End li separi.

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