Stephen Frears ormai è uno che fa cinema con la squadra e il compasso. Crede nei “fondamentali” e ha il dono della precisione ironica, sa cosa significa semplificare la messinscena stratificando l’immagine. Proietta la realtà nello spazio dello schermo (l’ascissa è la sceneggiatura, l’ordinata è l’intepretazione degli attori, cose che sembravano passate di moda), poi toglie, aggiusta, ritaglia, e rimane con le linee e i movimenti di camera, le battute e le situazioni essenziali, uno scheletro visivo-narrativo su cui i dettagli possono risaltare come fossero in rilievo e in cui la complessità si indovina in trasparenza.

Pensiamo all’arrivo del neo-eletto Tony Blair a Buckingham Palace, sbucato fuori dalla (finta) tv che apre il film (già, perché anche Blair, in qualche modo, è un fenomeno mediatico che la regina osserva da lontano, è la modernità che la viene a stanare, è l’uomo di governo che passeggia tra la folla): primo piano su di lui, nervoso come uno scolaretto, un totale dell’ingresso sontuoso per farlo sentire piccolo piccolo, e poi una serie di piani medi che lasciano sempre dell’aria, dello spazio (del lusso) intorno a lui e alla moglie, fino al campo e controcampo al cospetto della regina, l’illusione di un rapporto alla pari smentito (ironicamente, la realtà è già ridicola di per sé) da quell’improvviso stacco in piano medio di lato, con Blair in ginocchio... Quanto dura il dettaglio della mano regale che sfugge al bacio del pivello-premier devoto? Mezzo secondo? È ciò che serve al dettaglio per stagliarsi al centro della sequenza.
È ciò che distingue Frears dal comune artigiano del “montaggio invisibile”, che sprecherebbe altre due-tre inquadrature per sottolineare lo sgarbo, e dall’autore laureato, che si eviterebbe l’impaccio per non sembrare volgare. La pulizia, la precisione, l’esercizio di sottrazione di Stephen Frears, non sono una “cura dimagrante” a fini estetici-astratti, Frears non è tipo da essere ossessionato dalla necessità di mantenere la linea (autoriale), non soffre di anoressia lirica (men che meno di bulimia postmoderna). Tanto che non si fa molti scrupoli quando si tratta di riutilizzare le immagini di repertorio dello psicodramma-Lady D. Il regista inglese, molto semplicemente, è uno che si prende il rischio di raccontare una storia, che vuole alludere, significare, emozionare, dentro le coordinate fondamentali del cinema. Quando la costruzione è “quadrata”, basta forzare un’angolazione o spostare una linea per sorprendere (…)

Qui ci interessa soprattutto sottolineare il paradosso per cui questo cinema “normale”, asciutto, classico, finisca per spiccare stilisticamente in un panorama in cui tanti autori-registi, per distinguersi dal codice televisivo, ma anche dalle sue violazioni spettacolari (dentro lo stesso linguaggio) operate sistematicamente da certi serial Usa contemporanei, cercando la moltiplicazione delle storie, la sovrapposizione dei generi, il surriscaldamento dello stile (…)
A proposito di squadra e compasso, guardatevi l’inizio di questo film. Citazione: «Inquieto giace il capo che porta la corona» (Enrico V). Immagini sgranate per simulare la tv a tutto schermo, e poi la tv piccola con la regina di spalle; controcampo di lei e del suo sorriso sornione, distaccato, acuminato, e passaggio sul pittore di corte (lungo una traiettoria tra la tv e il quadro che forma un angolo a 90° in cui il vertice naturalmente è lei), che occupa metà dello schermo accanto al ritratto; e poi l’allitterazione visiva di lei e del ritratto insieme, e intanto quel dialogo fulminante, «vi invidio la gioia di poter essere imparziali», facendo finta di dimenticarsi che si sta votando per il suo governo (o almeno così vuole la forma); e ancora, subito dopo, la macchina da presa che scorre dal basso verso l’alto, scoprendo sua maestà in posa statuaria, ritratto vivente (la forma sclerotizzata della monarchia) che improvvisamente si gira verso di noi con uno sguardo severo di sfida.
Certo, questo film è la sfida della regina ai nostri luoghi comuni “giacobini”. E Frears non nasconde certo la manipolazione narrativa: gioca a satireggiare la corona, in un crescendo di sottolineature un po’ surreali e un po’ grottesche, ma intanto sottotraccia sviluppa le ragioni della sovrana “insensibile”, e senza che quasi ce ne accorgiamo ribalta la prospettiva e finisce per portarla in trionfo (donna, prima che regina). Diabolico Frears.

Spicca anche l’idea di mostrarci l’al di là della tv, della notizia-spettacolo, come se il piccolo schermo fosse un diaframma che separa noi, spettatori passivi di una storia raccontata e metà, e loro, attori e protagonisti di una storia che cerca inutilmente di non essere risucchiata dalla televisione. Quante cose ci sarebbero da dire sul modo in cui Frears utilizza gli schermi tv, seminati in ogni dove, e su come mischia le immagini di repertorio alla storia ricostruita telegenicamente, in un rincorrersi di specchi, riflessi e contro-specchi. E tutto con quella sua abilità e agilità di costruzione, soprattutto nei raccordi tra un’inquadratura e l’altra, che disegna linee di forza, traiettorie con sorpresa finale, accostamenti arguti...
Smettiamo di rimbalzare qua e là, dentro e fuori uno schermo, da una stanza all’altra e ritorno (quante telefonate in questo film), solo quando la macchina da presa si distende in volo per farci visitare la tenuta regale, bellissima prigione dorata, con la sua illusione di libertà (il cervo verrà colpito e decapitato! da un pezzo grosso della finanza londinese!!). Ci sono anche i momenti di pudore sentimentale, l’obiettivo che si ferma al di qua della camerà mortuaria, il dolore di Carlo preso di sorpresa, quel «No!» urlato a cavallo di un raccordo di inquadratura, passando via, senza parole.
Per non parlare delle stilettate e delle vere e proprie pugnalate a ripetizione – mai alle spalle – a volte congegnate dentro la messinscena (Filippo che entra in gonnella mentre Blair suggerisce alla regina che forse sarebbe meglio «condividere il lutto» con il popolo inglese), a volte servite su un piatto d’argento dalla “storia” (Lady D che dice di volere essere «la regina di cuori nel cuore della gente», o il funerale con attori e stilisti al posto dei capi di Stato...).
Alla fine il premier e la regina si ritrovano a rimuginare sul potere che va e viene («Un giorno potrebbe toccare a lei», osserva the Queen), e il campo e controcampo viene interrotto dalla sovrana che salta in piedi e invita Blair e la macchina da presa a seguirla. La accompagnamo lungo un corridoio, ci fermiamo per ascoltarla, torniamo a inseguirla, e finiamo davanti a una fontana, a distanza, dove il movimento si ferma: Blair e la regina Elisabetta continuano a passeggiare e attraversano lo schermo. Il parco rimane disabitato. Passeranno anche loro...

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