Dio? Sottili scheletri di ferro sotto uno strato in gomma spugnosa e una superficie di silicone... Pupazzi con le gambe lunghe e sottili, i piedi minuscoli che sfidano la gravità, le pupille piccole dentro occhi enormi. È questa la “materia”. Poi c’è lo “spirito”. «Chi lavora alla stop motion», spiega Tim Burton «è un artista che soffia vita dentro oggetti inanimati come dentro un Frankenstein o un Pinocchio. C’è magia, c’è mistero. La stop-motion ha una qualità tattile che trasmette una risonanza emotiva». Da Geppetto a Harryhausen, passando per Dio.

Sopra. Ordine geometrico, grigiore, noia, una solidità che diventa pesantezza, ipocrisia, desideri soffocati... Un terzo architettura vittoriana, un terzo atmosfere cupe tipo Est Europa, un terzo gotico, dark, fantasy, horror-stravagante, l’unica via d’uscita (il bosco ad esempio: non per niente è da qui che si accede “all’altra” dimensione). Il mondo dei vivi è popolato da morti viventi. Aristocratici decaduti, pescivendoli arricchiti, spietati avventurieri che si nascondono dietro le buone maniere. La musica è sconveniente perché troppo appassionata. La vita è truccata (male).
Pre-moderno. Citazioni letterali, allusioni larvate, omaggi di ogni genere. Ma stavolta non è la solita scorciatoia postmoderna del vuoto riempito d’aria, del cinema auto-referenziale. Si sovrappongono i generi (horror, commedia, fantasy, musical...), si mescolano le atmosfere, ma non è una questione d’esibizionismo. Tim Burton è un creatore di mondi.

Sotto. Disordine creativo, colori in libertà, chiasso, spasso, leggerezza, sincerità, sogni d’amore immortali... Il mondo di sotto non è semplicemente lo specchio del mondo di sopra (semmai è la sua “nemesi”, la parodia macabra). Laggiù ci sono le radici degli alberi che stanno sopra. E la sua architettura è ispirata alla carne in putrefazione, con una mano di colori sgargianti tipo Mario Bava. È un mondo liberato dal peso della carne, del tempo, del denaro. È popolato da vivacissimi trapassati a miglior vita. La musica è una forma di comunicazione. La nostalgia è una canzone.
Sottosopra. I trapassati non sono anime, ma mucchietti d’ossa. Tim Burton racconta un aldilà pre-cristiano, a-religioso, a-teo. Ma a suo modo, materialisticamente, spirituale. Laggiù vige una paradossale religione della vita. La morte ha un suo fascino, è bella e misteriosa. Come una sposa cadavere. Con la morte, prima o poi, bisogna ballare, perché fa parte del ciclo della vita. Per questo c’è solo la possibilità di morire bene, che corrisponde a quella del ben vivere. «Tornate al nulla da dove venite», dice ai morti il prete, che non crede all’aldilà, perché non crede alla vita.

Favola. Il film comincia con la mano di Victor (versione adulta di Vincent, quindi anche un po’ Tim Burton), che disegna una farfalla su un foglio. È un ritratto. Ma se l’arte non vuole uccidere la realtà, bisogna lasciarla libera di “volare via”. La realtà ri-creata da Tim Burton-Victor ci fa conoscere il mondo di sopra e quello di sotto, lambisce l’orrore, si lascia trasportare da uno stravagante romanticismo... E alla fine, dopo aver riunito i morti e i vivi, la sposa cadavere viene liberata in un volo di farfalle verso un ulteriore aldilà, un mondo sopra il mondo di sopra che forse è il cinema.

