Lorem Ipsum è un testo segnaposto utilizzato nel settore della tipografia e della stampa.
C’è qualcosa di sublime nel modo in cui Lars von Trier persegue la soddisfazione dei suoi più acerrimi detrattori. Il narcisismo, la manipolazione (di attori, personaggi, spettatori), l’assenza di una qualsiasi moralità dell’immagine (col suo fido compagno, il moralismo), l’uso strumentale del cinema (neanche più come terapia), la cervellotica fondazione “metafisica” delle proprie perversioni (nella fisica della carne, nel male intrinseco in tutte le cose, non solo nell’uomo), la semplificazione teatrale – ironica, lirica, pop, kitsch – di temi enormi, sostanziali, fondativi (per la vita e quindi anche per il cinema).
Ne abbiamo già incontrati di autori che fanno l’esegesi della propria opera dentro la propria opera. Ma qui siamo all’esegesi dell’esegesi, all’autore che spiega la propria arte “a chi non l’ha capita” mentre la esercita, cercando di portare ancora più in là l’oltraggio al pubblico pudore, giocando apertamente con l’indignazione del pubblico. Perché poi, il problema di La casa di Jack, e di tutto ciò che farà von Trier da qui all’eternità, è che ha bisogno di uno spettatore che lo prenda sul serio, cioè che si accontenti della superficie dell’immagine, altrimenti anche di fronte all’assassinio osceno, tossico, crudele di un ragazzino, e l’esibizione “artistica” del suo cadavere oltraggiato (l’arte del serial killer e quella del regista), vedi subito l’effetto che voleva provocare, il sarcasmo intellettuale del regista nei panni dell’autore “che non accetta alcuna regola di buona creanza” (…)

L’esegesi dell’esegesi si ritaglia un posticino all’inferno. Non solo in senso metaforico. Perché Lars von Trier, nella sua (giustamente) alta considerazione di sé, non vede nulla di male nel fatto di disegnare sullo schermo una sorta di personalissima Diabolica Commedia, pretenziosa, certo (lo sa anche lui e ci ride sopra alle nostre spalle), facendosi accompagnare da Virgilio in persona (…)
Ci serve questo non-cinema? Von Trier riderebbe della domanda priva di senso. E si gode la nostra mancata consolazione, gettandosi nel cuore dell’inferno, una volta costruita la sua “casa”, nonostante il Virgilio-spettatore-critico-intellettuale gli avesse offerto una via d’uscita onorevole, dopo aver insistito per tutto il viaggio sul fatto che l’arte abbia bisogno di amore, che il bello sia parente stretto del bene. E noi spettatori rimaniamo qui a dibattere sull’osceno e l’immorale, su ciò che si può o non si può fare al cinema, sulla noia inevitabile che ormai rischia di suscitare la provocazione vontrieriana – la sua sublimazione arty, la sua sofisticazione e razionalizzazione dialogica – sulla facilità con cui von Trier scivola nel ridicolo quando cerca il grandioso, sul fatto che i suoi film vale la pena vederli sempre perché non c'è nulla di paragonabile.
Ora attendiamo l’esegesi dell’esegesi dell’esegesi.
Recensione completa su Cineforum: https://cineforum.it/recensione/La-casa-di-Jack