La grazia

02/02/2026 10:27

Fabrizio Tassi

Appunti, paolo-sorrentino,

La grazia

Il cemento dei valori e della Legge, contro la grazia della leggerezza, che libera il presente dal peso del passato. Quando i vizi di un regista diventano virtù

 

 

 

Il cemento dei valori e della Legge, contro la grazia della leggerezza, che libera il presente dal peso del passato. Quando i vizi di un regista diventano virtù

 

 

 

Cemento armato. Ecco cosa diventiamo, con le nostre Grandi Idee e i valori che ci identificano (che ci danno un'identità), la "storia della nostra vita" (come ce la raccontiamo), il senso di giustizia e la disciplina, le regole, le leggi. L'illusione di trovare sempre una risposta, tra le duemila pagine di un manuale.

Fa tenerezza il Presidente, sospeso tra un mondo e un altro, tra la geometria implacabile del ruolo, l'autorità, e l'informe libertà del possibile, un rap sovversivo, una lacrima in assenza di gravità, un dolore di cui si può anche sorridere. Se ne sta a passeggiare, a fumare (a consumarsi), come sui bastioni di una rocca in procinto di cadere nelle mani del nemico: il dubbio.

Suscita perfino qualche nostalgia, quel Presidente, visto dalla nostra società liquida, anzi liquefatta, che ha perso il centro, il senso, ma anche la periferia, il contatto con la realtà. Senza cemento non costruisci niente. Ma senza leggerezza non c'è grazia, non c'è libertà da quel passato incancrenito, da quel futuro percepito senza speranza. Non c'è presente.

Non è facile entrare in un film come La grazia, per noi sorrentiniani del ramo lunare, quelli che preferiscono Parthenope alla mano di Dio e amano soprattutto i suoi "difetti" (la vena anti-narrativa, il pittoresco surreale, l'aforisma visivo, la digressione visionaria).

Tutto, all'inizio, appare troppo scritto. E le parole non sembrano all'altezza del compito. Il sentenzioso è sempre dietro l'angolo, nel cinema di Sorrentino. La frase definitiva. Il dialogo aneddotico che rimbomba e rintrona. Oltretutto Sorrentino è il più pop e meno istituzionale dei nostri autori, perché mai dovrebbe avere la sensibilità necessaria a cogliere la verità umana di quel Presidente in scadenza, quell'uomo che si è dimesso dalla vita, con tutto il cascame del "salto generazionale"?

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Ma il punto è proprio qui: la verità. Che è un po' come la gravità. Ci ancoriamo alla certezza di qualcosa che in realtà non conosciamo. Ci aggrappiamo al peso di ciò che pensiamo di sapere, fosse anche un torto imperdonabile, che ci definisce.

Chiunque altro, trovata la chiave, avrebbe azzardato una morale, anche stilistica, un'estetica della catarsi e della metanoia politico-sociale, condotta sul filo delle rivelazioni narrative. Ed è qui che viene in soccorso il "sorrentinismo" - le intuizioni, le libertà che si concede, le immagini che aprono varchi - insieme al suo superamento. Superamento "a sinistra", sul piano del cuore, l'emozione liberatrice, la mistica laica del mistero lasciato consapevolmente irrisolto.

La sobrietà della rivelazione notturna, in auto, dopo l'ennesima battuta-sentenza caduta nel vuoto, con i sentimenti lasciati finalmente senza reti (Sorrentino, di solito, li tiene a distanza, a suon di parole e grandi gesti cinematografici). La delicatezza, la grazia, con cui racconta la verità imperfetta dell'uomo in una telefonata.

Il tormento interiore del Presidente si riflette sul cinema di Sorrentino, che sembra indeciso tra lo scappare via, lontano, nel solito mo(n)do ludico e cerebrale (quello del sogno lucido e del guizzo grottesco), o sprofondare nella semplicità dei sentimenti più laceranti (mentre celebra lo "stile Mattarella", il senso civico di una specie umana in via di estinzione).

Il finale ricompone la necessaria gravità (dove vai senza radici?) e la ritrovata leggerezza (come fai a vivere portandoti in giro quell'ego cementificato?) in modo facile, poetico, struggente. Tanto che serve anche un post-finale, il ghigno del regista che "torna in sé" e si prende gioco del suo stesso eccesso di sincerità, come fosse una debolezza momentanea, dovuta all'età.

Ecco un regista che sa trasformare i propri vizi in virtù.

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