Nicolas Philipert è tornato sul luogo del delitto. E la metafora stavolta vale doppio. Retour en Normandie è un ritorno sul set di Moi, Pierre Rivière (film di René Allio del 1975, prima esperienza cinematografica di Philibert) ed è contemporaneamente un ritorno nei posti (nei paraggi) in cui il vero Pierre Rivière mise in atto la sua strage famigliare nel 1835 (uccise madre, sorella e fratello). Un orrore testimoniato in un bellissimo diario, scritto dal giovane omicida prima di togliersi la vita, un testo che nel 1970 ispirò l’opera collettiva voluta da Michel Foucault, da cui nacque il film di Allio.

È un modo molto concreto per riflettere sul cinema, andando a incontrare la gente “qualunque” che si trovò ad essere protagonista di quell’esperienza (un’intera comunità fu coinvolta nelle riprese), e allo stesso tempo un’occasione per tornare sul delitto di Rivière e sulle sue misteriose risonanze fin dentro la vita di chi contribuì a trasformare la realtà in cinema.
Anche se forse il vero tema è un altro, e scorre sotto e dentro le interviste agli ex-attori improvvisati, le immagini di repertorio, le ricerche di Philibert sulla genesi del film, le storie di vita apparentemente banali: il tema è il tempo, che naturalmente ha molto a che vedere col cinema e ancora di più con la vita riflessa nel cinema.
Cosa c’è di più banale, in apparenza, di un regista che rievoca un vecchio film? Ma nei documentari di Philibert accadono spesso dei piccoli miracoli, miracoli invisibili, e un po’ per il tono affettuoso, un po’ per la semplicità che non ha bisogno di farsi notare, un po’ per lo sguardo libero, paziente, intelligente (non aggredisce la realtà, la ascolta e la rielabora), alla fine si ha l’impressione di aver attraversato temi e questioni fondamentali “facendo altro”.
D’altra parte, che questo non sia solo un film su un film lo si intuisce da subito, in quel prologo in cui va in scena una nascita, una covata di maialini, e in quell’immagine a suo modo terribile di un cucciolo che sembra morto e la mano di un uomo che lo percuote, in un brutale massaggio cardiaco, nel tentativo di rianimarlo (…)

La donna che lavora in un centro di aiuto per handicappati. La moglie e il marito che hanno dovuto affrontare il dramma di una figlia psicotica (la loro apparente serenità nel parlarne, la tensione che affiora in un lapsus e nel modo in cui si affrettano a correggerlo...). La sindacalista che dopo un ictus ha dovuto lottare contro l’afasia.
Storie che hanno a che vedere con la malattia, l’insanità mentale, la morte, tutte cose di cui si parla come se fossero la cornice del quadro, mentre al centro ci sono gli uomini e le donne, le voci, i volti, i pensieri. Ma c’è anche l’esistenza serena di chi non sente il peso di aver vissuto ai margini della storia. C’è l’apparizione surreale di un contadino silenzioso che fa le acrobazie in mountain-bike nel dopo-lavoro. C’è un’intera famiglia che si mette davanti alla telecamera a scherzare su quel film – sull’ormai anziano capofamiglia, che nella pellicola di Allio era stato scelto per fare l’amante – un quadretto comico che comunica simpatia e tenerezza (l’umanità è la specialità di Philibert) (…)
Retour en Normandie, stilisticamente così sorvegliato, piano, in realtà procede a una stratificazione formidabile, con temi e digressioni sviluppate secondo ritmi e toni sempre diversi. È un paesaggio della Normandia, seguito da una lunga intervista a una donna che rac- conta la sua esperienza nel cinema, seguita dal massacro di un maiale, violentissimo, “innocente”, normale, a suo modo spaventoso.
Immagini che lasciano un’impronta e che ritrovi dentro un’altra immagine o un altro discorso in un gioco di corrispondenze incrociate talmente sottile da sembrare a tratti perfino casuale. Ma non è certo casuale che il film inizi con una nascita e finisca con una morte, o meglio col fantasma cinematografico di un uomo che non c’è più, il padre di Philbert, protagonista nell’epilogo improvviso di una breve scena, il provino per una parte nel film di Allio, che il documentarista ha trovato per caso, trasformando quel ritrovamento nell’occasione, la spinta a tornare sulle tracce di quell’avventura cinematografica e in qualche modo sulla sua vita e sul perché ha deciso di fare cinema.

È l’autoritratto di un cineasta, sì, è anche un percorso visivo-sonoro attraverso la realtà e la sociologia della vita contadina, è certamente una riflessione sulla follia, e non c’è dubbio che sia un film sulla memoria, a partire dall’esigenza di onorare un cineasta completamente dimenticato come René Allio.
È tutte queste cose, ma allo stesso tempo è anche di più, per motivi difficili da spiegare, legati probabilmente al non-metodo utilizzato da Philibert, che è quello di andare e guardare, semplicemente, senza un piano preciso, vedendo ciò che accade, cercando, scoprendo, testimoniando (era nato così anche Etre et avoir) (…)
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