Il mondo di Horten

01/07/2009 00:00

Fabrizio Tassi

Analisi, bent-hamer,

Il mondo di Horten

Eloquente. Lucido. Anche commovente. Perfino divertente. Cinema senza troppi grilli per la testa. Che non ha paura del silenzio e della malinconia.

Odd Horten, 67 anni, ha il suo posto nel mondo. È un macchinista. Sta seduto davanti alla plancia dei comandi, con la pipa in bocca, e sa cosa deve fare. La stazione di partenza e quella di arrivo, gli orari da rispettare, l’alberghetto che ti aspetta, come sempre, lassù sulla collina. Horten sa che alla fine di ogni galleria c’è sempre la luce. È una bella sensazione – lo vediamo anche noi (in soggettiva, con la mdp che sfreccia in profondità) – sbucare dal nero pesto di un tunnel al bianco accecante delle nevi e dei ghiacci norvegesi (anche se ci capita di pensare che tutta quella luce ha una sinistra affinità col buio...). 

Il treno è la vita di Horten. È il suo status, che sta scritto sulla divisa e il cappello. E il regista Bent Hamer, uno che non spreca un solo fotogramma (anche quando dà l’impressione di divagare), lo piazza al centro dell’inquadratura, visto leggermente dal basso, nello spazio simmetrico della sua locomotiva. Eccolo lì il suo posto nel mondo, rappresentato plasticamente.

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Qualche sequenza più in là, una volta che Horten avrà perso ruolo, orari e sicurezze, lo vedremo scentrato, sulla sinistra dello schermo, mentre in mezzo si svolge la vita di un ristorante con le sue storie (lui è uno spettatore come noi); lo vedremo attraversare il campo, sbatacchiato da destra a sinistra e da sinistra a destra, nel non-luogo labirintico di un aeroporto; lo vedremo addirittura sfrecciare via nel cielo notturno, con gli sci ai piedi, verso le stelle, verso le luci della città, fuori dall’inquadratura (la macchina da presa rimane lì, nel vuoto, e non lo segue neanche più). Non c’è da meravigliarsi se alla fine della storia lo ritroveremo nella sua locomotiva, ma di lato, in disparte, felice di lasciare i comandi a un altro, e di usare il treno per arrivare in un luogo che non è più solo un nome o un compito prescritto, ma è una scelta, una persona che ti aspetta, una nuova vita che inizia.

Semplice, no? Eloquente. Lucido. Anche commovente. Perfino divertente. Cinema senza troppi grilli per la testa. Che non ha paura del silenzio e della malinconia. Che ha addirittura il coraggio del lieto fine. Evocate pure chi volete, Kaurismäki o Tati, il gusto dell’assurdo nordico o la comicità catatonica. A far la differenza è la grammatica, la consapevolezza con cui Bent Hamer usa i fondamentali del cinema.

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Quando diventa pensionato, è come se il corpo di Horten perdesse il suo centro, e anche la direzione. Vaga indeciso dentro l’inquadratura. Capita perfino che il suo corpo venga letteralmente violato da un controllo di sicurezza all’aeroporto. L’ex macchinista sembra spiazzato dalla vita, che assomiglia a quel palazzo incellophanato, visto dal basso, come fosse una montagna impossibile da conquistare (…)

Cos’è la sua misera vita in confronto a quella di un meteorite che vaga nello spazio da 4 miliardi di anni? Eppure Horten assomiglia a quel pezzo di universo che alla fine è approdato nel mini-bar di un simpatico pazzo pieno di vita e d’alcool, un altro sconfitto, uno che ama guidare l’auto ad occhi chiusi e fa finta di essere il fratello sano di mente, con un posto nel mondo. È ora che anche quel meteorite ricominci il suo viaggio. Anzi, il suo viaggio non è mai finito. E fra poco tornerà ad essere lanciato nello spazio, sulla rampa di un trampolino di salto con gli sci. «Sembra che quasi tutto nella vita arrivi troppo tardi, ma niente arriva troppo tardi».

Non staremo qui a rendere ovvio ciò che è già evidente, in un film trasparente come questo. Nel mondo di Horten non c’è un segreto della vita da rivelare. Non si tratta di fare la morale o di convincerci che anche la terza età ha le sue risorse. Lo sappiamo già che per ritrovarsi a volte bisogna prima perdersi. Quello che ci interessa è la vergogna di Horten, chiuso al buio in casa sua, dopo aver perso il primo treno della sua vita, che poi era anche l’ultimo; il suo viso stralunato, seduto al capezzale di un bimbo prepotente, davanti a una parete tappezzata di poster coi pianeti; la sua uscita di scena dall’istituto dove sta sua madre, lui alla finestra laggiù in fondo, così solo che neanche lei lo riconosce più. Ci interessa la scena in cui lui e l’altro ascoltano il motore della barca come fosse un’epifania divina. O il viso di Horten che si illumina di infantile stupore, per quell’amicizia con Trygve nata per caso, da un incontro per strada, lui con le scarpe coi tacchi e l’altro sdraiato sul marciapiede come fosse morto (o forse sta solo guardando il mondo da un’altra prospettiva) (…)

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