Jackie

20/02/2017 00:00

Fabrizio Tassi

Recensioni, pablo-larrain,

Jackie

Una messinscena limpida, classica, ma profondamente inquieta, dedicata a una regina rimasta senza regno. L'America, l'immagine, la ricerca di un senso.

 

 

 

Una messinscena limpida, classica, ma profondamente inquieta, dedicata a una regina rimasta senza regno. L'America, l'immagine, la ricerca di un senso.

 

 

Jackie è una regina rimasta senza regno.

Appare all’inizio tra due stacchi neri, dentro un accordo musicale che precipita, una distorsione, un tuffo del cuore. La incontriamo al centro di inquadrature perfettamente frontali, nel rigido, formale, campo/controcampo di un’intervista (siamo diffidenti anche noi come lui). La osserviamo mentre vaga tra le stanze e i corridoi della Casa Bianca, luogo che ha amato, sapendo di essere solo di passaggio.  

Cosa ricorda di quei giorni? Cosa farà ora? Cosa non rifarebbe più? Chi è davvero la ex signora Kennedy?

Quei giorni (quattro) – raccontati da Pablo Larraín - sono quelli dell’assassinio di JFK e del suo funerale. Ma i flashback non sono una banale ricostruzione lineare di un tragico evento visto da un punto di vista inedito. Ci sono temi, parole, immagini che tornano e ritornano di continuo cambiando la percezione delle cose, stratificando il senso, aggiungendo ambiguità.

La vanità ma anche la dignità di Jackie. Il dolore per la morte del marito e quella per la fine della “favola”. La messinscena di sé e del regno dei Kennedy. La follia – misurata sul mito di Lincoln – della celebrazione funebre con cavalli, carrozza e corteo a piedi, col suo corpo esibito in prima fila, offerto ai colpi di chiunque si rendesse disponibile a completare lo “spettacolo”. La consapevolezza dell’occasione (storica, politica) persa da JFK e l’orgoglio per gli ideali incarnati. L’infelicità della donna che in realtà non aveva un marito e l’orgoglio della regina che raccontava-rappresentava al popolo la tradizione e il significato della storia che si trovava a incarnare (…)

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Larraín costruisce intorno a Natalie Portman (straordinaria) una messinscena limpida, composta, classica, fatta apposta per farci percepire lo scarto di un’emozione violenta (e compressa), la recita che va fuori copione (le parole fuori posto che suonano più vere), lo strappo di un’inquadratura che mette in conflitto storia individuale e collettiva, pubblico e privato, l’America com’è e come si racconta. I materiali di repertorio, soprattutto quelli relativi al funerale, sono perfettamente integrati alla ricostruzione (come già accadeva in No - I giorni dell'arcobaleno), perché quelle immagini – in qualche modo “create” da Jackie – sono parte di quel mito che Jackie ha contribuito a costruire (…)

Ancora un grande film per questo grande regista, che mantiene il suo rigore (etico, stilistico, narrativo) anche affrontando un soggetto pieno di trappole, dentro un contesto produttivo per lui inedito. 

Recensione completa su Cineforum: https://cineforum.it/recensione/Jackie

 

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