Sonia Bergamasco: l'attrice? Un corpo per tutti

01/07/2023 10:48

Fabrizio Tassi

Interviste,

Sonia Bergamasco: l'attrice? Un corpo per tutti

Dal teatro di ricerca alla tv, da Carmelo Bene a Checco Zalone, dal Pierrot lunaire a La meglio gioventù. Ricordi e idee di un'attrice senza limiti.

«Il grande specchio appoggiato alla parete dietro la porta della camera dei grandi. Passi di danza – le scarpette rosa – fronteggio un corpo piccolo inguainato di nero. Lo sguardo nello sguardo e il tempo fra le nuvole, calcolo distanze tra vertebre e fantasmi. Strade, tombe, stelle, cattedrali – parole bellissime e l’inferno può aspettare».
Comincia in poesia, Un corpo per tutti di Sonia Bergamasco. Con il ricordo di quel grande specchio, incorniciato dal legno scuro, che stava nella camera da letto dei suoi genitori. «Quando ero bambina passavo molto tempo da sola davanti a uno specchio. Mi cercavo, occhi negli occhi di quel piccolo corpo sconosciuto e familiare (…) Una specie di ipnosi. Era comunque un’altra, quella lí: sconosciuta. Dovevo ammaestrarla. Quella pratica dello sguardo è proseguita negli anni, con una determinazione sempre più affilata. Da una parte c’era lei, quella creatura bionda che cominciavo a conoscere, e dall’altra c’era il desiderio di scolpire, di sfidare l’immagine per avvicinarla a quella del mio desiderio. Quella “riflessione” era una lotta, una sfida».
Se Il quaderno (pubblicato nel 2022 per La Nave di Teseo) era un diario in poesia, Un corpo per tutti (libro pubblicato quest'anno per Einaudi) è una sorta di parafrasi, un diario in prosa, pieno di ricordi e riflessioni. Una “biografia del mestiere di attrice” in cui in realtà si può ritrovare chiunque abbia una vocazione creativa, un consapevole bisogno di esprimersi e conoscersi attraverso il gesto, il suono, la parola, dentro la carne e le sue emozioni, l'anima e le viscere (…)

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Sonia Bergamasco è la Fatina in maschera, in forma di bambola meccanica, scelta da Carmelo Bene per il suo Pinocchio, sottoposta alla “tortura” di parole e gesti millimetrici ripetuti, per trasformarsi in Volpe, Gatto, Mangiafuoco, in dialogo col burattino incatenato, dando forma a uno spettacolo inquietante, poetico, irriverente, che lei contribuì a rendere indimenticabile.  Ma è anche la dottoressa Sironi, spietata dirigente statale, messa a dura prova da Checco Zalone, ossessionato dal posto fisso, in un inedito tandem comico, che ci ha regalato alcuni dei dialoghi più spassosi della commedia popolare recente (Quo vado). È Sofia, l'attrice raccontata da Giuseppe Bertolucci, prigioniera della sua arte, il talento nel recitare la vita, l'attitudine alla menzogna (L'amore probabilmente). Ed è Giulia Monfalco, che abbandona la musica e la famiglia per dedicarsi alla lotta armata, personaggio duro, durissimo, emblema di una passione ideale che si trasforma in ossessione e autodistruzione (La meglio gioventù).
Sonia Bergamasco passa con disinvoltura dal teatro di ricerca alla tv. Ha recitato per Strehler, Glauco Mauri e Massimo Castri, per Jan Fabre e Antonio Latella, ma è stata anche l'antipatica (e buffa) Lea De Angelis in Tutti pazzi per amore - Riccardo Milani fu il primo a vedere il suo lato comico, lei fece resistenza ma capitolò di fronte a un cabaret di pasticcini - per poi diventate Livia nel Commissario Montalbano. L'abbiamo vista al cinema diretta da Marco Tullio Giordana e Bernardo Bertolucci, da Battiato, Piccioni e Roberta Torre, ma si è anche cimentata nella scrittura e nella regia, attrice-autrice sempre intelligente e intrigante, in solitaria o in coppia col marito Fabrizio Gifuni: le “prove aperte di infelicità” nel nome di Anna Karénina e Il Piccolo Principe in concerto, Dante (Le sante corde dei canti) e i Mémoires di Balzac, Il ballo di Némirovsky e l'amicizia in versi tra Bertolucci e Pasolini.
Tutto è cominciato dalla musica e dallo studio del pianoforte in Conservatorio. O meglio, dalla scelta di fare altro nella vita. Quasi ci sembra di vederla (e di ascoltarla), davanti a Giorgio Strehler, nel suo provino al Piccolo Teatro (una svolta improvvisa, «un giro su se stessa»), mentre canta letteralmente Guido Cavalcanti, Christa Wolf e Samuel Beckett, come se i loro testi fossero partiture vocali (non è difficile immaginare cosa vide Strehler in quella giovane donna, la sua personalità, la presenza scenica). 

C'è pure questo, nel suo libro, insieme a tanto altro. Anche cose molto personali. Tipo il pensiero che ogni scena potrebbe essere l'ultima, e allora bisogna metterci l'anima, perché «la storia che racconto, la donna, la creatura che incarno hanno diritto di vita, in assoluto; vivono in un tempo irripetibile, respirano con me, nell’istante. E devo rendere loro ragione e respiro, glielo devo – lo devo a me stessa, e a chi mi vedrà: è un gioco vitale».
Un diario-racconto pieno di cose e di idee, in cui incontriamo Carmelo Bene, Peter Brook e il ricordo di un'estate sui trampoli, per le strade della Spagna, vestita come una «gallinella con fiocco rosso e campanellino, agganciati al fondoschiena». In cui si parla di Narciso e del Simposio di Platone, di Eros e del desiderio universale di essere riconosciuti e apprezzati, che in questo presente digitale diventa una «foresta di segni» dentro cui ognuno si crea una propria immagine, un'identità. In cui troviamo Montaigne e Molière (balbuziente), riflessioni estetiche e politiche, la ricerca della propria voce e il brivido del “vuoto di memoria”, la distinzione tra attori immersivi e assertivi («Meryl Streep e Valeria Bruni Tedeschi; Daniel Day-Lewis e Roberto Benigni»), l'ironia sul rigido
assurdo galateo richiesto al pubblico teatrale (abbasso il “silenzio religioso” dei nostri tempi borghesi, viva il vibrante teatro elisabettiano) (…)

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Partiamo dalla bambina, “silenziosa e introversa”, che passava tanto tempo davanti allo specchio. Ce la racconti un po'? La tua famiglia, il luogo in cui vivevi, i sogni che facevi.

Diciamo che passavo un po’ di tempo davanti allo specchio. Il resto (del tempo) era, nei miei ricordi, di puro gioco, di corse per il quartiere (vivevamo alla periferia ovest di Milano), di ginocchia sbucciate e di emozioni accese dalle fantasie dell’età. Un’infanzia giocata per strada, insomma. Mescolata agli altri. E però anche caratterizzata da una tendenza a filtrare le esperienze e le emozioni in una zona segreta, non accessibile agli altri. Ero fra quei bambini che da soli inventano storie, si intrattengono e proiettano immagini a proprio uso e consumo. Sono nata a Milano, dove ho vissuto a lungo. Mio padre è morto a 48 anni. Mia madre era ancora giovane, e si è trovata da sola con tre figli. Una situazione faticosa, non facile.

 

C'è qualcosa di quell'infanzia che è rimasta impressa in te per sempre? Una persona, un sentimento, un'intuizione che ti ha fatto prendere coscienza di essere viva, con uno scopo da trovare in qualche modo?
Da bambina ero troppo occupata a vivere, a stare nelle cose. Quando ho cominciato a studiare musica in Conservatorio – molto presto, a 10 anni – ho cominciata invece ad avvertire una fatica, una tensione contrastante.

Il peso delle cose, degli studi e dei doveri, a cui mi sono in qualche modo sottomessa, l’ho vissuto sempre come un problema. Quirino Principe, mio professore al Liceo artistico musicale del Conservatorio Giuseppe Verdi, è stato il primo incontro con qualcuno che mi ha dato fiducia, che mi ha indicato una strada diversa, una via di fuga nella creatività e nella libertà espressiva legata all’arte e alla scrittura.


Nel libro parli del mestiere dell'attrice come qualcosa che “è successo”, che ti è capitato. Quindi non una vocazione irrinunciabile e neppure un'ossessione. In un certo senso, è una cosa che si vede (o meglio che non si vede) nel tuo modo di recitare: non c'è sforzo, artificio, i tuoi personaggi sembrano persone capitate in quella storia, sul palco, sullo schermo, e vivono davanti a noi. Non c'è la “performance d'attrice”, ma il frutto quasi spontaneo di un meticoloso lavoro di preparazione (quello forse sì a volte ossessivo).

Sì, il mestiere dell’attrice non era nei miei piani di bambina, non ci avevo mai pensato. Quando poi ho cominciato, è partita da subito una lotta con me stessa per ritrovare quell’energia spregiudicata e libera dell’infanzia, che era già dentro di me (è in tutto noi, se non ci hanno fatto troppo del male). Ma il mio percorso non l’ho mai sentito “facile”. Ho lavorato tanto su di me, ho anche sbagliato tanto, ma ho cercato in tutti i modi di avvicinarmi a quell’immagine dello specchio che da bambina mi interrogava. Tutto questo, inizialmente, non come un progetto consapevole, ma come una necessità, un processo, uno svelamento.

Credo di aver avuto sempre un carattere tenace, ma carico di contrasti e di fragilità. Da una parte un grande orgoglio (qualcosa che ha a che vedere con la dignità della persona) e dall’altro il desiderio di essere riconosciuti e amati. Per raggiungere quella “facilità” di cui parli, c’è voluto tanto lavoro. Ma era quello che desideravo raggiungere, era il luogo dove volevo ritornare. Quel luogo radioso e insieme spaventoso che conosce il bambino (…)

 

Nel tuo racconto troviamo Artaud e Céline, Ovidio e Agostino, Montaigne, Beckett, Viktor Šklovskij... Sei sempre stata una lettrice vorace, fin da ragazza. C'è un libro in particolare che porti nel cuore da sempre e che torni a rileggere ogni tanto? Una specie di stella polare che ti aiuta a mantenere la rotta?

In Un corpo per tutti parlo molto del Funambolo di Jean Genet. È quello un libro del cuore. Mi ha fatto “vedere” quello che stavo cercando, quello che cercavo di fare. Me lo ha saputo dire. Ma sono tanti i libri che compongono la mia biblioteca del cuore e, come dice Montaigne, tutto viene dimenticato per essere poi assorbito ed entrare a far parte del tuo mondo. Le tante letture non mi servono per offrire citazioni brillanti o per stupire gli altri. Sono un nutrimento invisibile. Non potrei immaginare una vita senza libri.
 

E i film che ti hanno iniziata al piacere del cinema?
Tarkovskij, sicuramente. Il suo Andrej Rublëv. A Milano seguivo le retrospettive dedicate a Tarkovskij, rivedendo i suoi film per giorni e giorni. E, in ordine sparso, Cassavetes, Wilder, Mankiewicz (Eva contro Eva), Hitchcock, Lubitsch (To be or not to be), Renoir (La regola del gioco), Truffaut, Olmi, Bellocchio, Scorsese, Jane Campion... Ma ho appena visto As bestas, di Rodrigo Sorogoyen: la potenza espressiva di quel film mi brilla ancora negli occhi. E amo lo sguardo di Valeria Bruni Tedeschi, e anche quello di Alice Rohrwacher (…)

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A proposito di Carmelo Bene, oggi è ridotto a una specie di santino, mitizzato e forse anche banalizzato. Tu che l'hai conosciuto molto bene e hai lavorato tanto con lui, come lo ricordi? Cosa amavi e cosa non sopportavi in lui? Dovendo raccontarlo a un giovane che lo conosce appena: perché è stato così importante?

Carmelo Bene è stato per me un incontro della vita. Un incontro con l’arte che si fa. Con un artista artigiano. Lo temevo, ma non volevo farglielo capire. Reggevo lo sguardo e le provocazioni, era il mio modo di accettare la sfida. Carmelo era feroce e delicatissimo insieme. Credo di aver intravisto qualcosa di lui, nel periodo in cui ho lavorato insieme. Ne conservo un ricordo luminoso. No, non un ricordo, un sentimento.

 

Tu sei partita da una ricerca (soprattutto teatrale) profonda, originale, anche avanguardista, hai lavorato con Strehler e con Castri, ma in tanti ti conoscono per Tutti pazzi per amore, Il commissario Montalbano o il film con Checco Zalone. Come hai vissuto il passaggio verso questo mondo, il prodotto per il “grande pubblico” televisivo e cinematografico? Come convive con quell'altro? In un certo senso, forse, ti ha fatto scoprire il tuo talento comico (che c'è e si vede).

C’è qualcosa di buffo in questo mio approdo “nazional popolare” raggiunto per caso: come l’incontro di un marziano con un tifoso del Manchester United. Divertente! Io che sono partita per la mia avventura di attrice musicale interpretando, nel tempo “libero”, e per passione, il Pierrot lunaire di Schoenberg (niente di orecchiabile), sono oggi riconosciuta per strada come dottoressa Sironi o Luce del Gatto in Tangenziale, o Livia di Montalbano. 

A equilibrare le cose, tra concerti e teatro d’autore c’è poi il cinema di Giuseppe Bertolucci – l’ adorato, il grande Giuseppe – con il quale ho avuto la gioia di cominciare, e Marco Tullio Giordana, che con la sua Meglio gioventù ha impresso un segno duraturo nella narrazione italiana contemporanea (…)

 

Nel libro parli della “concentrazione aperta”, che suona quasi come un ossimoro. È qualcosa che funziona anche nella vita, oltre che in scena? Ricorda quel “rilassamento cosciente” che si cerca, ad esempio, nello yoga, disciplina che tu pratichi. Oggi si parla molto dell'importanza della consapevolezza, la spiritualità dell'essere presenti nel qui e ora.

Per molti anni, da quando ero bambina, ho vissuto il tempo come qualcosa da rincorrere. Volevo diventare grande al più presto, faticavo a stare nelle cose. Chiamiamola ansia. Attraverso il mestiere di attrice, ho percepito la necessità assoluta di stare nell’attimo con tutta me stessa, senza sfuggire. Di dare fiducia all’istante. Anche lo yoga mi ha aiutato, e continua ad aiutarmi.

 

Il corpo è al centro del tuo libro. La sua forza erotica. A questo proposito, viviamo in tempi contraddittori, che da una parte esaltano l'apparire, l'esposizione dei corpi, la libertà sessuale (a parole), ma dall'altra rimangono ancorati a tabù e pregiudizi, a un moralismo che sembra figlio della paura, paura della forza dirompente dell'eros. Anche questa è stata una scoperta lungo il cammino?

Il corpo è il mistero e lo strumento vitale. Per l’attore e per ognuno di noi. Tentare di conoscerlo, di addestrarlo e mettersi in ascolto dei suoi bisogni e dei suoi impulsi è una pratica lunga una vita. Una pratica che mi affascina, mi sorprende e guida la mia ricerca quotidiana. Sono una persona mediamente riservata, poco incline all’apparire. La nudità esteriore è più facilmente praticabile di quella dei sentimenti e delle angosce. È quell’esplorazione invisibile che mi attira e determina il mio modo di essere. E credo di aver scelto il mestiere giusto per fare questo viaggio (…)

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Intervista completa su Redness 11, luglio 2023

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