Habemus Papam

15/04/2011 00:00

Fabrizio Tassi

Analisi, nanni-moretti,

Habemus Papam

Quel balcone vuoto, lo spazio nero in cui si rivela l’assenza del Papa, ha una potenza mitografica straordinaria. Lo Spirito e la tenera fragilità umana.

Camminano mesti, ordinati, verso il luogo del conclave, ed è come se venissero risucchiati nel nulla.Ti immagini un burrone, un varco spazio-temporale, un gigantesco imbuto che digerisce i cardinali e li risputa su un nastro trasportatore, pronti a diventare “carne da santo” (magari...!). Le guardie svizzere sono schierate in fila, a protezione del fuo- ricampo. I cardinali attraversano l’inquadratura e poi spariscono oltre quella soglia, alla sinistra dello schermo. Uno stacco in campo medio (che è quasi un totale) sottolinea il passaggio traumatico.

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Dove se ne vanno i porporati? Fisicamente, lo sappiamo: nella Cappella Sistina. Ma psicologicamente? Spiritualmente? Moralmente parlando? Se ne vanno letteralmente fuori dal mondo, per (provare a) comunicare con Dio. Se ne stanno lontani dalle strade, i ristoranti, i teatri, gli studi degli psicanalisti, perché potrebbero “inquinare” la loro scelta con qualcosa di troppo umano: dubbi, desideri, paure, chiacchiere da bar e dialoghi di Cechov, sane malinconie e insani entusiasmi. Tutta quella roba, insomma, che il Dio-Uomo cristiano (in teoria) è venuto a nobilitare, fin nei suoi più infimi recessi, ma che l’uomo-dio cattolico (in pratica) ha bisogno di mettere tra parentesi, per dare un che di eterno e assoluto e buono e giusto nei secoli dei secoli a tutta quella recita (Melville lo sa di essere un attore...).
E sia chiaro che Moretti queste cose non le dice (clericali e anticlericali ne usciranno scornati, vagamente insoddisfatti, o peggio, genericamente sollevati). Lui si limita a far sfilare i cardinali in un’altra dimensione, un mondo con regole tutte sue (anche se poi scopriamo che è la parodia di quello terreno, un po’ elezione scolastica coi bigliettini, un po’ tombolata), in una delle immagini più abili ed eloquenti di questo film, in cui la messinscena ha un’importanza (letterale e metaforica) che non ricordiamo di aver visto in altre pellicole di Nanni Moretti. 

Fino a questo punto, ogni cosa sembra molto formale e solenne, se non fosse per quei giornalisti lasciati lì a sbavare e blaterare mentre i vescovi passano sul tappeto rosso, manco fosse la notte degli Oscar, nomination comprese. Poi si arriva alla porta magica – abracadabra, bididibodidibù – attraversata solo dagli uomini che Dio ha scelto attraverso il suo uomo più fidato. Poco importa che sia l’ultimo erede di una santa investitura evangelica, o di un formidabile equivoco storico e teologico. Importa che là fuori, là dentro, venga investito il Papa, da cui “dipendono” un miliardo di fedeli, svariate migliaia di attività (sociali, educative, finanziarie), un buon numero di uomini politici influenti e un patrimonio di idee e principi potenzialmente destabilizzante, ma tradizionalmente passatista.

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Quanto “bene” potrebbe fare un Papa deciso a «portare grandi cambiamenti», a «capire le cose del mondo», ad «ammettere le colpe della Chiesa?». Melville lo sa, e non regge il peso di quella responsabilità. Melville appare schiacciato da quelle pareti ciclopiche e affreschi preziosi. Il suo corpaccione da vescovo attempato occupa un terzo o poco più dell’altezza dell’inquadratura, quando non è ridotto al primo e primissimo piano della propria gentile, disperata incredulità. 

Il Papa non ha sesso e non ha madre, non ha più un’infanzia, figuriamoci se ha dei sogni. Il Papa perde perfino il proprio nome.Visto nel caos del traffico, invece, nelle forme disordinate della vita extra-vaticana, Melville sembra solo un vecchio. Ed è qui, spogliato dai paramenti, che può ritrovare il passato e immaginare un futuro, può riscoprire ricordi, desideri, rimorsi, fragilità, turbamenti, imbarazzi. La cacofonia dell’umano (le voci al ristorante). Altra che «ora pro nobis», tutti in coro, tutti in fila, tutti a onorare le vite perfette dei santi, e a sperare nel Papa che ci guida e ci insegna.
 

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Lo Spirito soffia là fuori, come sempre, dove vuole. Dentro ci sono rimaste le tende mosse da una controfigura che si strafoga di torte e cioccolato, il cui compito è mettere in scena il Papa orante. Mentre i vescovi, spogliati dei riti e miti dell’elezione di Pietro, tornano a essere fragili, buffi, infantili esseri umani. 

Lo psicanalista ateo impone altre regole, non meno ordinate e non più assurde di quelle di un conclave, e si gioca tutti insieme a pallavolo. Ma a questo punto i cardinali non sono più anonime comparse di una scenografia troppo grande per la loro effimera umanità. Ricevono perfino la grazia di un rallenti. 

Non sono ancora pronti, però, a capire quel balcone vuoto, quello spazio nero in cui si rivela l’assenza del Papa. Ha una potenza mitografica che apprezzeremo solo con gli anni, quella scena in cui il vescovo, dopo aver capito che “non habemus Papam”, si ritira nel buio delle stanze vaticane, camminando all’indietro, in una sorta di tragicomico “rewind” che sconquassa il nostro immaginario, più o meno cattolico (rivista alla tv, fa anche più effetto). 

È il segno di qualcosa che non riesce più ad accadere (come una messinscena che ha vissuto troppe repliche, e ormai è troppo uguale a se stessa) e che Melville trasformerà in scelta consapevole. Consapevole che ciò che si aspettano da lui (lo stemma!) non è ciò che potrebbe dare: dubbiosa, tenera, contraddittoria umanità. 

E sia chiaro che la Chiesa è un pre-testo. Nel vuoto di quel balcone, che è angoscia (abbiamo bisogno di af-fidarci a qualcuno) ma anche speranza (e se ci andassimo noi sul balcone? e se il balcone lo tirassimo giù?), che è solitudine (chi ci guiderà?) ma anche comunità (siamo soli, diamoci una mano), che è umano ed è certamente sacro, ci potete mettere ciò che più vi ispira o vi spaventa.

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