Nomad - In cammino con Bruce Chatwin

17/10/2020 08:46

Fabrizio Tassi

Recensioni, werner-herzog,

Nomad - In cammino con Bruce Chatwin

Autoritratto di Herzog, inseguendo il mito di Chatwin. Camminare, cercare, andare alla radice di ciò che significa essere umani.

 

 

 

Autoritratto di Wener Herzog, inseguendo il mito di Bruce Chatwin. Camminare, cercare, andare alla radice di ciò che significa essere umani. 

 

 

 

No, non è una novità ritrovare Herzog come personaggio in un documentario di Herzog. Narratore, guastatore, testimone privilegiato, esploratore di luoghi inaccessibili (esteriori e interiori), avventuriero acrobata, commentatore anche feroce. Ma qui siamo al limite dell'autoritratto, anche se nella forma di un pedinamento di Chatwin, amico e anima (quasi) gemella, una “camminata” insieme a lui. Sfogliamo i diari, scritti, dello scrittore-viaggiatore, e insieme quelli, filmati, del viaggiatore-regista, dentro un percorso divagante, un vagabondaggio tra ricordi e continenti, che celebra il nomadismo e l'irrequietezza interiore. Sì, c'è la persona, e il personaggio, Bruce Chatwin, il biografo che svela dettagli inediti, la moglie che si commuove, gli scritti densi e immaginifici. Ma c'è soprattutto un modo di vivere e pensare, un'attitudine insieme fisica (fisiologica) e spirituale, un bisogno di andare alla radice di ciò che significa essere umani. 

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Quello che ti fa partire per la Patagonia, inseguendo il mito familiare di una “pelle di brontosauro”, in un viaggio indietro nel tempo e nello spazio, con la curiosità di un paleontologo e l'istinto di un creatore di storie. Che è poi la stessa con cui Herzog osserva lo strano, l'estremo, l'inconsueto, usando il dettaglio o il piano lunghissimo come fossero la trama e la scenografia di un film di fantascienza, il viaggio in un altrove che rivela la realtà.

Quello che ti porta a indagare i vasti territori dell'anima, oltre che della geografia, aborigena australiana, cercando il canto che consente di trovare la via, di orientarsi nei vasti “paesaggi dello spirito”, tra sogno e realtà. Gli stessi territori che va cercando Herzog nei luoghi più remoti, le storie più estreme, l'umanità più varia.

Non aspettatevi un ritratto biografico in senso stretto, nonostante non manchino le annotazioni didascaliche. Qui “l'orizzontale”, il viaggio fisico, gli spostamenti da un continente all'altro, sono solo una scusa, un'occasione per l'indagine verticale, perché Chatwin, così come Herzog, ha sempre cercato di «andare alla sorgente» di ogni oggetto e realtà, cercando il suo “dramma”: lui «prendeva i fatti e li modificava in modo che assomigliassero alla verità, più che alla realtà»; «ma non diceva una mezza verità, semmai una verità a mezza, abbelliva ciò che c'era per renderlo ancora più vero». Viene inevitabilmente da ripensare alla Dichiarazione del Minnesota, in cui Herzog rifiutava il realismo spiccio e superficiale del “cinéma vérité”, la «verità dei contabili», per esaltare invece la verità come illuminazione, poetica ed estatica, che per sua natura «è misteriosa e sfuggente e può essere raggiunta solo attraverso l’invenzione e l’immaginazione e la stilizzazione». Diceva anche: «Il turismo è peccato, viaggiare a piedi è virtù». (…)

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