(Intervista realizzata insieme a Giacomo Russo Spena)
È stato il “Sorcio” in Romanzo criminale di Placido, ma anche un giovane carabiniere in servizio a Lampedusa in Respiro di Crialese. Il coatto raccontato da Veronesi in Che ne sarà di noi e il “matto del paese” per Salvatores in Come Dio comanda.
La fama è arrivata grazie al ruolo del fascista Accio in Mio fratello è figlio unico e a La nostra vita di Luchetti, per cui è stato premiato come migliore attore al Festival di Cannes 2010. Nel suo curriculum ci sono inoltre Quo Vadis Baby, N (Io e Napoleone), Tutta la vita davanti, Diaz, Magnifica presenza, L'ultima ruota del carro…
Il giovane favoloso di Mario Martone, in cui interpreta Giacomo Leopardi, è la consacrazione definitiva - sempre che ne avesse bisogno - di uno dei migliori attori italiani dell'ultima generazione (e non solo), che a 34 anni ha già conquistato sia i favori della critica che quelli del pubblico.
Elio Germano è anche conosciuto per il suo impegno sociale e politico, per le lotte concrete combattute in prima persona, per il teatro Valle e i cinema Volturno e Palazzo a Roma, per il gruppo Artisti 7607, che ha scoperchiato il pentolone dell'Imaie.
Ce ne parla in questa intervista in cui racconta il suo lavoro, il suo attivismo, il mondo per nulla dorato del cinema italiano, le battaglie di chi crede nella giustizia e nel cinema indipendente.

Ci vuole raccontare come si è preparato per questo ruolo così rischioso e complesso?
In Italia c'è un grosso misunderstanding sul lavoro dell'attore che deriva dalla nostra scuola, dalla storia del mestiere. Già la parola italiana “recitare”, se la pensi accostata a “play” o “jouer”, ti racconta altro. Etimologicamente è re-citare, citare nuovamente: si riferisce alla necessità di leggere ad alta voce le citazioni in sede processuale; la bella voce che citava gli atti in modo chiaro, stentoreo, pulito. Quindi una grande attenzione alla forma, un ascolto di se stessi, una visione dell'attore che è più vicina al canto, al saper “dire bene” le cose, piuttosto che giocarle, esserle, agirle, dalla voce del verbo latino agere, propria dell'attore.
Il mio percorso, invece, segue da un po’ di tempo quest'altra modalità, la reputo più interessante nella sua imperfezione e complessità. È mostrare un mistero invece di una sicurezza. Se per raccontare un determinato personaggio devo impostare quella faccia con quel tono, sto facendo il tipico lavoro del teatro, nell’idea di un teatro di rappresentazione. D'altra parte la nostra scuola parte dalla maschera. Anch'io ho cominciato così. Ma nel mio percorso professionale mi sono reso conto di voler andare in quell'altra direzione.
Se scelgo di recitare una battuta in un certo modo, con la mia volontà schiaccio le possibilità che sono in quella battuta, in quell'atto scenico, in un'unica direzione, che è quella giusta “per me”, precludendo le altre possibilità, tutta la comunicazione involontaria, che è molto più ricca proprio grazie all'errore. Si tratta di mettersi nel flusso delle cose.
Cerco così di “accendere” il personaggio, mentre gli sta accadendo qualcosa, dimenticando il meccanismo cinema. Rimettere in vita, rientrare in quel mistero. Si parte dalla costruzione di un personaggio, dal suo passato, per riuscire poi, nel susseguirsi degli eventi, a farli accadere lì. Per mostrare qualcosa che non ti aspetti, che passa tramite te. Per fare questo, l'attore deve rinunciare alla supponenza del demiurgo, che sicuramente dà più soddisfazione, è più masturbatoria, perché ‘sono io che l'ho fatto’ (…)

È possibile sottrarsi ai meccanismi del business? Magari scegliendo l'autoproduzione?
Un film costa almeno 500mila euro e il film esiste nel momento in cui c'è una distribuzione. Ottenere una distribuzione vuol dire avere dei rapporti. E comunque io non sono un regista ma un attore, il che è molto diverso. L'attore è un lavoratore, è un operaio del cantiere, non è il direttore dei lavori. Io presto la mia opera. Il problema, semmai, è che non posso svolgere il mio lavoro come vorrei. La percentuale di lavoro che posso fare è bassissima nel contesto di un film. In compenso i datori per la maggior parte sono persone nate e cresciute dietro una scrivania, su una poltrona girevole. Il loro business non è sulla qualità, che spesso nemmeno sono in grado di riconoscere, ma sul risultato del primo weekend, sul pacchetto che funziona oppure no solo dal punto di vista della sua vendibilità immediata.
I suoi colleghi sono consapevoli di ciò?
Posso esprimermi liberamente perché sono in una fase di “comodità” (il nostro lavoro alterna momenti di disperazione a momenti di tale comodità). In questo momento lavoro, vado di moda, e questo mi inserisce in dinamiche e rapporti che il 90% dei miei colleghi non conoscono, perché sono schiacciati dalla necessità di lavorare.
Qualche giorno fa, per sbaglio, ho acceso il televisore – non lo faccio mai - e ho visto una serie con tanti miei colleghi bravissimi, che stimo. Ero disperato nel vederli ridotti a fare quella roba, perché non c'è nient'altro, perché non c'è neanche qualcuno in grado di riconoscere quanto sono bravi. E non voglio parlare delle paghe...
Le è mai capitato di rifiutare una parte perché la considerava politicamente scorretta?
Il film è una cosa che bolle, che non ha solo un senso. E a me piace la provocazione: io farei una pellicola sul nazismo visto ad esempio dalla loro parte, perché mi sembra più interessante di un film di condanna nel quale si ribadisce la mostruosità del nazismo. Bisogna cogliere ciò che eccita, scuote, altrimenti quella cosa non la capiremo mai.
La scelta politica non sta tanto nel tema del film, quanto nel collettivo che c'è dietro, il posto di lavoro. Cosa ha di brutto la televisione? Spesso alla gente che ci lavora non importa niente di quel che sta facendo: esiste una dimensione seriale per cui le azioni si susseguono e nessuno quasi mai legge il copione. Non c'è un sano ambiente di lavoro, anche se magari gli stipendi sono più alti. Ecco il paradosso: più soldi ci sono più si abbassa l’interesse per quello che si sta facendo.
Io cerco di capire se il regista sta ideando quel film perché vuole lanciare un messaggio o se ha una convenienza nel farlo; se la produzione ha intenzione di promuovere quel film veramente oppure lo vuole utilizzare per scaricarci le tasse.
A volte capita anche di avere dei dubbi sul personaggio e sul senso della cosa. È successo con Mio fratello è figlio unico. Giudicavo molto il mio personaggio, Accio, il fascista, mi sembrava uno scemo. Fino a quando il regista Luchetti ha trovato l'altro protagonista, quello che interpretava Accio da giovane: ho visto questo ragazzino di 13-14 anni intelligentissimo, vispissimo, sensibile, che faceva il saluto romano, credendoci a modo suo, e ho intravisto una possibilità, ho compreso come avrei potuto interpretare il personaggio. Ma era una questione professionale, non politica. Molto spesso il mio lavoro consiste nel mettersi nei panni di uno, più che recitare. Un'esperienza che arricchisce molto. Si tratta di riuscire a immaginare come saresti stato se fossi cresciuto in quel posto, con quei genitori, in quell'epoca (…)

Come si coniuga il suo essere un attore famoso coi centri sociali, le battaglie, il teatro Valle, il cinema Volturno a Roma?
L'attore è un mestiere come tutti gli altri. E in ogni caso lo sono diventato dopo, anagraficamente parlando. Da sempre mi riconosco in quella diversità di approccio alla vita. La possibilità di frequentare degli spazi in cui non si debba per forza vendere o comprare qualcosa per essere qualcuno. Dove ci si possa parlare tra persone, semplicemente. Cultura secondo me è questo. Vuol dire discutere, incontrare gente che ti racconta il suo mondo. Tutto questo purtroppo è sempre meno possibile.
Ho cominciato a frequentare questi spazi non per chissà quale coscienza politica, ma perché potevo essere compartecipe di questi spazi. Potevo stare lì senza essere un cliente. Crescendo ho capito che il piacere che mi dava questa condivisione è il piacere dell'umanità che abbiamo perduto, quello che le città e il mercato ci hanno tolto, perché non ci fa relazionare tra esseri umani ma tra clienti e venditori. Una cultura del sospetto, in cui tu hai qualcosa da proteggere e un altro ha qualcosa da rubarti (…)
Quali sono i suoi riferimenti culturali? Ci dia tre nomi.
Ci metterei sicuramente Wittgenstein, poi probabilmente Marx, e al terzo posto, non saprei. Direi Totò.
Qual è il cinema che le piace fare maggiormente?
Quello con la macchina a mano, in cui l'attore si confronta con un mondo reale, vivo, e l'approccio è documentaristico.
E quello che le piace vedere?
I film che ti portano fuori, lontano, tipo Inception. Quelli in cui il cinema viene sfruttato in tutta la sua potenzialità, come un viaggio nel quale ti perdi volentieri e dimentichi di te stesso (…)
L'intervista completa è stata pubblicata su Micromega 9/2014