Se Blade Runner è il mito, questa è la sua teologia. Il cinema di Villeneuve è maiuscolo, titanico, ma pure medianico. Riflette la nostra realtà fantasmatica.
Blade Runner e il suo film-replicante.
Non esisteva altro modo per ri-vedere quel mondo, per abitarlo di nuovo (…) Quello era il mito, questa è la sua teologia.
Un nuovo modello di replicante, che ha il compito di eliminare quelli vecchi, “difettosi”, troppo umani, s’imbatte in un miracolo. C'è un Figlio che rischia di sconvolgere l'ordine del mondo, nato da una madre che non poteva generare, inseguito da un aspirante padre-profeta che genera angeli sintetici, abbandonato per amore dal padre vero. Biblico e noir, a suo agio nel vuoto e nel silenzio più che nell'azione, capace di generare immagini e visioni di una bellezza e una complessità che in alcuni momenti tolgono il fiato.
Se “l'altro” Blade Runner era sporco, ruvido, piovoso, questo invece è lucido, scintillante, a tratti quasi geometrico e astratto, come una danza di forme (e luci e colori) che generano idee più che luoghi o paesaggi, una realtà fantasmatica ma potente, solida, fatta di pixel e ferraglia (i set sono veri, il sogno inventato è più reale della realtà). Qui il brulichio umano, il mondo lurido sopravvissuto a sé stesso, la realtà dopo la fine della natura che l'ha generata, sembrano solo un sogno, un incubo, generato dal post-mondo sintetico, col suo sciamanesimo digitale. Sono ricordi (cinematografici) innestati (…)
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Attenzione, quindi, a non equivocare la boutade sul “film-replicante”. Denis Villeneuve non replica nulla, non omaggia, non vive di luce riflessa, non si accontenta di pascolare nei dintorni del film-culto, vampirizzandone temi e motivi. Uno degli aspetti più stupefacenti di questo film, sta proprio nella capacità di creare un universo che c'è, esiste, si materializza davanti a noi, vero, credibile.
È cinema maiuscolo, titanico, e pure medianico. Immagina un futuro possibile, come già faceva il suo progenitore, rendendolo reale. E intanto ragiona sul fantasma della realtà in cui viviamo-vivremmo-vivremo, su ciò che siamo e pensiamo di ricordare, sull'imprescindibile illusione dell'amore, sulla fiducia in sé stessi (quello che ci hanno insegnato a credere) e la fede in qualcosa di più grande (un'idea, un'etica, un'utopia, un miracolo).
Il replicante, sempre più umano, diventa quasi più che uomo, e inevitabilmente deve confrontarsi col suo mito d'origine, per ritrovare il suo limite, e quindi la sua reale grandezza. Il film d'origine si intreccia allora col film-replicante, uno si specchia nell'altro, e ne escono entrambi trasfigurati (…)
Recensione completa su Cineforum: https://cineforum.it/recensione/Blade-Runner-2049
