First Man - Il primo uomo

31/10/2018 00:00

Fabrizio Tassi

Recensioni, damien-chazelle,

First Man - Il primo uomo

Andare sulla Luna, sì, ma perché? Forse per scoprire quanto sei disposto ad andare lontano per avere una risposta. Pop d'autore firmato Chazelle.

 

 

 

Andare sulla Luna, sì, ma perché? Forse per scoprire quanto sei disposto ad andare lontano per avere una risposta. Pop d'autore firmato Chazelle.

 

 

 

Uomini – scienziati, piloti, padri, mariti – che giocano con razzi e astronavi. Scatole di latta, tenute insieme da semplici bulloni e alimentate da circuiti elettrici precari. Andare sulla luna? Fantascienza. Una follia per nulla romantica, e neppure prometeica, semplicemente assurda. «Per che cosa?», si chiedono un po’ tutti, senza rispondersi, «Ne vale la pena?». Tutti quei morti. Tutti quei soldi.

C’è un governo che vuole vincere la sfida con i sovietici, certamente. C’è Kennedy con la sua magnifica retorica della scoperta, il bisogno umano (possibilmente umanità americana) di spostare il limite un po’ più in là, di conoscere, sapere. Ma un uomo, quell’uomo, perché lo fa? Magari uno come Neil Armstrong, che ha perso una figlia per colpa di un tumore, e vive l’esperienza alla Nasa come un “nuovo inizio”. Sposato con una donna il cui compito, in teoria, sarebbe quello di aspettare e accompagnare, di accudire la casa in attesa dell’eroe, e che invece vede più lontano e più in profondità, vede il dispositivo, il “folle gioco”, e ciò che Neil non riesce a elaborare.

first.webp

La questione allora diventa: quanto sei disposto ad andare lontano per avere una risposta? Quel buio là fuori, lo spazio vuoto, nero impenetrabile, senza fondo, non è molto diverso da quell’altro che ti porti dentro, dal nulla che ingoia le persone che hai amato, i sogni, le emozioni, le esperienze, le immagini. Precipitare in quel vuoto-nulla, volarci dentro, mantenendo il controllo, una parvenza di rotta (un protocollo), per conquistare la luna. Un grande passo per l’umanità, un passo gigantesco per un uomo, che non voleva vincere, arrivare, diventare famoso, aiutare l’umanità ad evolvere, ma semplicemente trovare un senso.

O almeno così ce lo presenta Damien Chazelle, appassionato cultore dell’analogico, che dopo aver riscoperto e rianimato il musical (la sua avanguardia estetica e il suo patrimonio di sogni) – mettendo in scena la distanza inevitabile da quel mondo e insieme la magia che può farlo rivivere – riporta un pezzo di storia (iconica, mitica, pop) alla sua sostanza fantascientifica, incrociandola con il melodramma. Ma fantascienza fatta di ferraglia, rumore, fisica newtoniana, non certo quantistica (nulla a che vedere con altre dimensioni kubrickiane o nolaniane), fondata sugli spazi chiusi, più che sull’aperto-vuoto cosmico, in cui il vuoto-aperto e il silenzio sono esaltati proprio dalla claustrofobia fragorosa della messinscena. Alla fine lo scafandro di Neil è un riflesso del vuoto, nero e Luna, cielo buio e terra arida, e solo allora ritrova il suo volto.

Un’avventura dello spirito, più che la ricostruzione di un’avventurosa pazzia. Con tutto il virtuosismo di cui Chazelle è capace (…)

tuttoRisplende

Contattami

Email: mail@flazio.com

Tel: 1234567890


whatsapp

@flazio.com