Sussurri e grida (1972)

19/08/2018 00:00

Fabrizio Tassi

Re-visioni,

Sussurri e grida (1972)

Primi piani che sono paesaggi spirituali. Il cinema-specchio di Bergman ci mostra il dolore, l'indolenza, l'ambiguità. Alla ricerca di un momento di grazia.

Un tintinnio sinistro, rarefatto, ci avvisa che stiamo entrando in un'altra dimensione (del tempo, della realtà). Assomiglia alla vita, ma è il suo aspetto più nascosto, profondo, quello più vero, tremendo e insieme luminoso. Sussurri e grida ha i suoi personaggi – quattro donne più quattro uomini – ha il suo abbozzo di trama – una donna che muore, le sorelle che vegliano su di lei insieme a una cameriera – ma tutto si svolge in uno spazio (e un tempo) mentale, tra dissolvenze al rosso e un mosaico di primi e primissimi piani che sono paesaggi spirituali, aridi come deserti, a volte spaventosi, lussureggianti o misteriosi, umani, umanissimi. C'è il cinema-specchio in cui si riflettono i personaggi mentre noi ci ri-specchiamo nelle loro ambiguità. E c'è Liv Ulmann, Maria, la «bocca famelica, insoddisfatta», «il sarcasmo alla radice del naso», la superficialità e l'indolenza, che forse sono sue, o forse nostre. «Tutta la vita è solo un insieme di bugie», dice Karin. «Prega per noi rimasti su questa terra oscura e immonda, implora Dio che ci liberi dalle nostre angosce», le fa eco il prete. Ma Agnese, nel suo dolore (la morte che non la uccide fino in fondo), e Anna, nella sua pietà, accendono una luce in fondo al buio. Varrebbe la pena anche per un solo momento di grazia, di felicità.

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