«Mi viene in mente una frase che diceva Olmi a suo tempo: voi dovete sentire un'urgenza in ciò che fate! Ecco, io cerco di fare del cinema necessario».
“Necessario” è l'aggettivo a cui capita di pensare più spesso, guardando i film di Giorgio Diritti. È così fin dal suo esordio che lasciò tutti a bocca aperta, Il vento fa il suo giro, un “piccolo film” che si rivelò davvero grande, e ci fece capire quanto fosse importante per lui (e per noi) il tema del confronto e dell'incontro tra diversi, la convivenza fondata sulle cose che contano, il diritto alla felicità, la dignità, possibilmente anche l'amore, radicato nella terra, l'aria, la libertà nella natura (…)

In Lubo si evoca una vicenda poco conosciuta, il dramma degli Jenisch, una minoranza nomade - si dice che sia la terza più numerosa, dopo Rom e Sinti - perseguitata nella democratica e modernissima Svizzera: centinaia di minorenni portati via alle loro famiglie nell'ambito di un programma di “rieducazione” per i bambini di strada (Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse). Piccoli rinchiusi in istituti, dati in adozione a povere famiglie svizzere, a volte segregati in prigioni e ospedali psichiatrici.
Una persecuzione di Stato cominciata nel 1926 e andata avanti fino al 1973, che abbiamo conosciuto meglio grazie al romanzo Il Seminatore di Mario Cavatore (edito da Einaudi), a cui Diritti si è ispirato, per poi andare oltre, raccontando la storia di Lubo, artista di strada che si ritrova soldato, a difendere i confini svizzeri in epoca nazista, e a cui uccidono la moglie e sottraggono i figli.
La sua rabbia e il suo dolore si trasformano in una ricerca disperata, nei panni di un ricco mercante ebreo, a cui ruba l'identità, con i modi di un raffinato Don Giovanni, che inganna e conquista eleganti donne della borghesia svizzera (alla faccia di chi vuole l'estinzione degli Jenisch), salvo poi riscoprire l'amore. C'è il dramma insieme all'affresco storico, ma anche il “film d'azione” (interiore) che vira quasi al poliziesco, e il cinema dei sentimenti, c'è la rude poesia del paesaggio che Diritti maneggia come pochi, insieme alla storia di un uomo che si fa simbolo, metafora, denuncia, interpretato da un Franz Rogowski particolarmente intenso. Grande cinema che, pur senza indulgere nel melò (o forse proprio per quello), riesce ad essere straziante (…)

Uno degli aspetti più af fascinanti del film sta nella necessità di identificarsi con un artista nomade, che viene trasformato in un uomo violento dalla violenza del mondo. È un antieroe dalla moralità discutibile, che però ha una sua verità, che ci provoca, e ci apre gli occhi sulla dif ferenza che c'è tra la legge, la regola, e la giustizia.
Come si vede all'inizio, Lubo è un uomo che vive la sua vita con gioia, fa i suoi spettacoli di strada, ha la sua famiglia. È in una condizione di vita “tranquilla”, che tutti noi desideriamo avere, a prescindere da ciò che facciamo. Il fatto che subisca una grande ingiustizia ci fa stare dalla sua parte. Nasce un’empatia perché anche noi ci sentiamo traditi e derubati del senso della vita, insieme a lui, schiacciati da qualcosa che è più grande della nostra immaginazione. Credo che da lì ci si appassioni alla sua storia. Inoltre c’è un richiamo forte anche alle vicende dei nostri giorni. La condizione di quei nomadi, dei loro bambini rapiti, è purtroppo attuale per i bambini dell’Ucraina, rapiti e portati in Russia, e per quanto è successo e sta succedendo in Israele e a Gaza.
Dopo i bambini dell'Ucraina, abbiamo visto i bambini uccisi da Hamas e rapiti dalle loro case in Israele. Ora vediamo i bambini sotto le bombe a Gaza. Nel film, ad un certo punto, si dice: : “Un uomo che sbaglia lo si mette in galera. Ma se c'è uno Stato che fa una legge idiota, chi mettete in galera?”. Quando è uno Stato a sbagliare come si rimedia?
Sono troppi i minori che subiscono violenza, che muoiono per colpa di enti, stati, leggi… adulti incapaci di costruire la pace. Per ogni vita rubata, segnata, non ci può essere giustificazione possibile. Difficile pensare che quel seme di male che nasce dalla guerra non generi poi altro male.
La Svizzera, se non altro, anche se dopo molti anni e molte insistenze, ha riconosciuto il sopruso e ha risarcito buona parte delle famiglie che avevano subito quelle violenze. Un segnale positivo. Nel sito della Pro Juventute si parla di questi fatti come di una grande discriminazione e violenza, un grave errore. Ma dobbiamo lottare per non dover arrivare alla necessità di risarcire.
Sapevamo della situazione critica in Palestina da tantissimi anni, ma è una pentola a pressione che abbiamo lasciato sul fuoco, facendo finta di niente per troppo tempo. La comunità internazionale sovente è incapace di prevenire, e gli interessi economici alimentano le conflittualità etniche e religiose. Serve un'educazione al rispetto della diversità, per costruire e difendere la pace e la vita delle giovani generazioni (…)

In ogni tuo film si entra in mondi alieni, si guardano le cose da un altro punto di vista. Anche qui nella prima inquadratura c'è un ragazzino che si affaccia su una piazza dove si esibiscono gli artisti di strada, e da quel momento siamo nel loro mondo. Che tu racconti con uno sguardo aperto, empatico ma anche distaccato. Non c'è nessuna concessione alle emozioni facili, al melodramma. Quando Lubo viene a sapere della tragedia che ha colpito la sua famiglia, c'è un stacco sul piano medio, un pudore che rende il dolore ancora più straziante.
Cerco di evitare la dimensione melodrammatica, gli eccessi, preferisco costruire un senso di realismo. È necessario anche un rispetto nei confronti delle persone che realmente hanno vissuto vicende come queste. Da un punto di vista più cinematografico, credo che per certe situazioni sia più efficace uno sguardo distante, perché in quella “misura di distanza” entra lo spazio del nostro sentimento. Certe esperienze forti, più grandi di noi, hanno bisogno di essere viste nella semplicità del male, nello smarrimento, nella solitudine.
Nella prima parte del film ci sono il bosco, la neve, la notte, il rapporto con gli elementi, la vita del soldato e quella del f uggiasco. È un mondo che ci hai già raccontato, con grande efficacia. Dall'altra ci sono ambienti quasi viscontiani, eleganti e tetri, dentro inquadrature fisse, con scene d'amore che sono quasi scene di morte. Dove Lubo mette in atto la sua vendetta.
Era fondamentale esprimere la trasformazione di Lubo, anche con scelte precise di ambienti e inquadrature. Il suo è un percorso complesso, un sovrapporsi di varie sensazioni, la solitudine, il desiderio di dare un senso alla vita, la necessità di ritrovare i suoi figli.
C'è anche un senso di vendetta, quando seduce quelle signore altolocate e borghesi, che non sanno di avere a che fare con uno zingaro. Gli hanno portato via i figli, ha perso tutto… C’è un travaglio, una complessità, che si modifica nel tempo, giorno per giorno, evento dopo evento. Una complessità in cui trova spazio anche l'amore, e momenti di gioia.
A un certo punto, nell'evoluzione del personaggio, la dimensione del dolore e della rabbia è superata in un incontro che rende possibile ricostruire la normalità. Poi il destino lo porta su altre strade. Ma era importante raccontare questa complessità, questa sua confusione. Quando si subisce qualcosa di così forte e drammatico, è importante anche il ritrovarsi.
Parlando in generale del tuo cinema. Qual è l'idea, l'intenzione, che sta alla base del tuo lavoro? Se ce n'è una in particolare.
Mi piace raccontare l'umanità nella sua bellezza e nelle sue contraddizioni, negli orrori, e in particolare la marginalità, la diversità, il senso di comunità (…)

Intervista completa su Redness 14, novembre 2023