A proposito di cinema dell’io-me. E di come la prima persona singolare - dichiarata, esibita, messa in scena – invece di mettersi davanti o di traverso («Guardate me»), diventi uno strumento per raccontare e rivelare la realtà («Guardate insieme a me»). Ma anche a proposito del cinema molto cinematografico di Nanni Moretti, alla faccia del luogo comune frusto e vetusto sull’intellettuale egocentrico parolaio che predilige il dire al mostrare.
Gli anni e le (re)visioni hanno da tempo trasformato Caro diario (1993) da intelligente bizzarria aneddotica (come venne interpretato da molti) a capolavoro complesso, stratificato, premeditato, che riassume lo spirito di un’epoca (anche un modo di intendere il cinema) e si è guadagnato un posto importante, diciamo pure esclusivo, nella storia del cinema italiano.

L’io-me, dicevamo. Nel pieno degli anni Novanta, come fosse un frutto dell’epoca in cui si “celebrava” la fine della storia, si giocava con l’assenza di sensi e fondamenti, si usava il cinema per fare cinema (più o meno postmoderno), ironizzando sulle grandi narrazioni, se non sulla narrazione tout court. L’io-me di un autore-regista che scrive-dirige in corsivo («Caro diario, c’è una cosa che mi piace più di tutte...»): non è un film che contiene un diario, ma un diario scritto con la macchina da presa. La mdp segue una frase scritta a mano, spostandosi verso destro, e dopo uno stacco si muove in avanti, seguendo la scrittura per immagini, lungo una strada romana. Nanni non è già lì ad aspettarci, prima c’è lo sguardo del cinema (il suo sguardo), nella cui traiettoria entra l’omino con la vespa – l’uomo con la macchina da presa – che ci accompagna, lasciandosi pedinare. Strade, case, palazzi, sale cinematografiche, «Voi siete imbruttiti, io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne»...
Dialoghi impossibili, in cui non c’è nessuna domanda, oppure ci sono solo risposte che nessuno ascolta. Un “monologo a due” surreale, a un incrocio stradale, diventato una scena culto (una delle tante di questo film), che riesce ad essere insieme dichiarazione politica («mi troverò sempre d’accordo e a mio agio con una minoranza») e constatazione dell’afasia impotente in cui siamo precipitati. Non c’è dialogo o scambio, nessuna salvezza nelle parole, o nel “pensiero alto”; se si vuole cogliere una qualche verità della realtà, non rimane che il vagare consapevole, la coscienza critica dello scacco politico e sociale, l’arte dello stupore, l’esserci, la memoria, l’autoironia, l’orgoglio intellettuale, la resistenza esistenziale.
Tutte cose che precipitano dentro il lungo piano sequenza dedicato a Pasolini, che riesce ad essere straziante senza niente: un lungo viaggio all’indietro, fisico e (senti)mentale, il ralenti che dilata il tempo e lo spazio, l’omino con la vespa che si allontana, fino a diventare piccolo, laggiù, in fondo all’inquadratura, quasi a volersi togliere di mezzo, mentre ci accompagna nel suo (nostro) pellegrinaggio.
Come diceva PPP? Il cinema è lingua scritta della realtà, allo stesso tempo indispensabile e luttuosa, se non delittuosa, per come rischia di mummificarla. Dentro quello scacco epocale, il cinema rischia di renderci ancora più ciechi. Ed ecco l’io-mio, che sembra quasi una dismissione, un disarmo, la constatazione
che quell’altra cosa è diventata troppo difficile, e invece è un gesto di consapevolezza, il tentativo di riportare la realtà delle cose alla nostra coscienza, perché ci consente di tornare a vederla per davvero. Il cinema come appropriazione del mondo, come un dare senso con lo sguardo.
E poi quello scavalcamento di campo sul “monumento”, dall’io al voi, offerto alla nostra sensibilità e alla nostra memoria, anche alla nostra nostalgia malinconica (…)

Nel decennio cinematografico in cui c’è chi rotola sulla vita come una palla da bowling e chi vaga in cerca di qualcuno che lo seppellisca (ritrovando il sapore della ciliegia), in cui il Dalai Lama di Scorsese ci ricorda che tutto scorre impermanente e Wittgenstein affronta il non-senso della vita chiacchierando con un marziano, in cui Harry è a pezzi e neanche Vincent Vega si sente tanto bene, in cui piovono rane e nascono figli miracolosi generati da uomini-madri, il buon Nanni vaga in Vespa per Roma e poi si perde tra le isole, che poi sono le sue personali ossessioni, alle prese con iperboli culturali, fissazioni collettive, idiosincrasie e intransigenze personali, comiche radicalità.
Un’antologia morettiana che ha momenti memorabili, tipo la sequenza degli adulti al telefono coi bimbi dittatori, puro divertimento e atroce ritratto del nostro infantilismo. Ma anche parentesi poetiche e immagini mirabili, come quella nave che si muove sull’erba, all’orizzonte, dentro un’inquadratura in cui si sovrappongono tre movimenti diversi (Nanni, la nave, lo sguardo del cinema-mdp), fino ad essere inghiottita dal verde e sparire nel fuori campo. Come la scena del campo di calcio, dal piano medio a un campo lunghissimo, in cui Nanni finisce per essere piccolo piccolo, solo, lontano, in una striscia di terra che sembra alla deriva in mezzo al mare. Come quando incontra Silvana Mangano in un bar, dentro uno schermo tv, scena mitica (diventata storia del cinema anche lei) costruita su una mitica scena, icona su icona, culto al cubo, così meravigliosamente anni Novanta, dentro quell’idea che si possa generare senso e bellezza (e piacere) solo sulla mitologia della bellezza e del senso (…)

Doloroso, poetico, ironico. Come bere un bicchiere d’acqua. Una specie di grado zero del cinema che, in realtà, di cinema ne contiene tantissimo. Al servizio di una realtà che appare indecifrabile, per lo più, ma che a guardarla bene, attraverso lo sguardo di un io-me che diventa cinema, consapevolezza, pensiero in movimento, è così bella, buffa, irrinunciabile. Basta tenere gli occhi ben aperti, momento per momento, un frammento dietro l’altro, ospitati in un diario che non ha l’ambizione di ricomporre la realtà, ma di abitarla come si deve.
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