Lisandro Alonso (40 registi per il futuro)

01/03/2013 00:00

Fabrizio Tassi

Riflessioni,

Lisandro Alonso (40 registi per il futuro)

Narrazione che si assottiglia e si dilata. Dietro la trasparenza, e il vuoto, c'è la realtà, nella sua forma più pura.

«Se filmo questo telefono per due secondi, è solo un telefono. Ma se lo filmo per un minuto e mezzo, è più di un telefono». Che cosa diventi quel telefono, Lisandro Alonso non ce lo spiega. Non ce n’è bisogno. A volerlo spiegare, il telefono tornerebbe a essere solo un telefono. 

Il regista argentino (nato nel 1975) non si perde in troppe parole o spiegazioni, dentro i film e fuori. Ascolta paziente i pensosi panegirici dei suoi entusiasti interlocutori (il cinema di Alonso o lo ignori o lo adori), le analisi accurate sul modo in cui utilizza lo spazio, sulla sua attitudine minimalista e antinarrativa, sulla predilezione per i personaggi solitari, sul perché preferisce lavorare con attori che non sono attori, e poi dice: «Non so perché ho fatto così, lo sentivo e l’ho filmato, non pensavo molto a ciò che avrei dovuto girare oppure no... Io parto da quindici-venti pagine, non di più, e poi filmo ciò che trovo, ciò che vedo».

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In realtà la narrazione nei suoi film c’è, eccome. Ma è così dilatata da assottigliarsi e risultare quasi trasparente. Dietro, dentro quella trasparenza, c’è la realtà, semplicemente. E questo accade anche quando la “trama” e i “personaggi” sono potenzialmente melodrammatici. In Liverpool (2008) c’è un marinaio che torna a casa, in un luogo sperduto nella Terra del Fuoco, da una famiglia che avrebbe bisogno di lui, una madre che sta morendo, una figlia disabile mentale: è tornato per restare o per andarsene di nuovo? (…)

In Liverpool il melodramma senza mélo esplode (si fa per dire) dopo quarantacinque minuti di cinema. I primi venti minuti sono un susseguirsi di ambienti claustrofobici e orizzonti indefiniti, dentro e fuori una nave. La cabina del marinaio non è inquadrata per due secondi e via, ma per due, tre minuti, in camera fissa, e diventa molto più di una cabina, e quei gesti normali, banali, acquisiscono in densità, senso, realtà.

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Parliamo di Liverpool perché è l’ultimo film di Lisandro Alonso (visto a Cannes, come tutti i suoi film). Ma potremmo parlare del bellissimo Los Muertos del 2004, il suo “thriller”: protagonista è un uomo che esce dal carcere e torna a casa, nella foresta, per concludere qualcosa lasciato in sospeso. Qui la solitudine, il senso di attesa, l’ipnotica indeterminatezza diventano ritorno alla natura, alla carne, alla terra, diventano deriva, ma anche paura, forse orrore, fino a (non)scoprire la “verità”. 

Potremmo parlare di Fantasma (2006), che riparte dal non-attore di Los Muertos seguendolo al cinema, mentre guarda la sua ombra sullo schermo, in un film che rinuncia anche alla traiettoria del viaggio e riporta il cinema alla sua materia bruta.
Ricordiamo ancora molto bene la rivelazione di La libertad, che apparve al Certain Regard di Cannes nel 2001. Ricordiamo tanta gente infastidita da quelle sequenze interminabili, dalla camera addosso a un (vero) boscaiolo della Pampa che lavora, mangia, defeca, squarta un armadillo, in un film caratterizzato da un senso dell’esistere arcaico, sensuale, spietato.

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Non c’è (quasi) nulla di programmatico nel rigore del cinema di Lisandro Alonso. È un cinema misterioso, silenzioso, lirico ma senza affettazioni, potente proprio perché “vuoto” (…)

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