Fantastic Mr. Fox: internazionale selvatica

15/05/2010 08:46

Fabrizio Tassi

Riflessioni, wes-anderson,

Fantastic Mr. Fox: internazionale selvatica

Vita borghese vs istinto selvaggio. I dilemmi esistenziali di un irresistibile farabutto. Con pugno alzato ed esproprio proletario.

Il Lupo non conosce il latino e neppure il francese. Ma il pugno chiuso lo capisce benissimo. Solitario, reietto, mitico, pericoloso, Mr.Wolf è un’invenzione di Mr. Anderson, visto che Mr. Dahl non lo nomina neppure nel suo «Fantastic». Era inevitabile che i giornalisti (gente che bada al sodo) chiedessero al regista di Houston se per caso il suo era un film comunista. Risposta: «C’è chi lo pensa. Sicuramente è quello che pensano gli animali». (Con i più insistenti si è sbilanciato sul carattere anarchico del racconto, ma non ha approfondito la differenza, che probabilmente gli interessa pochissimo).

Il Lupo è ciò che la Volpe non è più: libero e selvaggio. Non per niente è l’unico che se ne va in giro senza vestiti. Mr. Fox non lo vuole neppure sentir nominare (fobia). Ma quando lo vede da lontano, regale, sopra una collina, gli testimonia la sua ammirazione e si commuove pure, levando il pugno chiuso verso il cielo. Nostalgia? Senso di comunione profonda? Dichiarazione di appartenenza all’aristocrazia del proletariato selvatico?

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Strano tipo, Mr. Fox. Lo era già nell’originale, così poco domestico e rassicurante. Lo diventa anche di più nella versione andersoniana, che ci mette dentro la sua visione disfunzionale della famiglia, una complicata dinamica padre-figlio-figlioccio acquisito e un’esplicita parabola sulle ambasce dell’imborghesimento (matrimonio, lavoro regolare, figlio da educare, voglie da reprimere) e l’istinto che non si può mai domare completamente.

Misurando la differenza tra il racconto di Roald Dahl e la ri-scrittura di Anderson e Noah Baumbach (realizzata nel vecchio studio di Dahl, alla Gipsy House, come per evocarne lo spirito) già si capisce molto di questo eccentrico film animato. Mr. Fox non è più la volpe che ruba ai vicini-imprenditori-possidenti per nutrire la sua famiglia, che comprende quattro cuccioli affamati (versione Dahl). È un ex ladro di gal- line che ha rinunciato alla sua vocazione per amore, si è accasato, ha fatto un figlio (non di più), si è messo a fare il giornalista (va bene non rubare, ma non si può pretendere che lavori sul serio) e ha scelto quell’albero in cima alla collina, nonostante i feroci vicini-imprenditori-possidenti, per darsi un tono, o almeno così sembra. Sbrana la sua colazione come farebbe un animale (qual è) ma ha i modi di un gentleman inglese e le sue paturnie esistenziali.

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Di fatto, però, il signor Volpe è un bugiardo cronico e un padre quantomeno distratto, oltre ad essere un vanitoso presuntuoso e un ladro patentato. Insomma, non è certo un eroe da additare come esempio ai pargoli. Eppure il suo ambiguo fascino farabutto si nutre di due verità incontestabili: la prima è che lui è una volpe e quindi deve rubare galline, altrimenti che volpe sarebbe; la seconda è che, non esistendo più in natura (in libertà) polli o tacchini, se ne vuole uno deve per forza violare l’altrui proprietà privata (concetto incomprensibile a un animale selvaggio), e comunque, vuoi mettere la soddisfazione? (…)

La proprietà privata è un furto, se diventa accumulazione e appropriazione di tutto l’esistente, e costringe il resto del mondo (animale...) a vivere in un sistema obbligato, in cui Mr. Fox deve diventare un giornalista per mantenere la sua famiglia. Certo, l’alternativa sarebbe fare la vita pericolosa e silenziosa del lupo, alla mercé degli elementi (bello lo schermo diviso in due, noi di qua, che gesticoliamo con le zampe della volpe, e la neve laggiù in fondo), costretto a competere selvaggiamente con gli altri carnivori, e a sfuggire alla civiltà. 

La vita borghese ha i suoi piaceri e le sue comodità, il sistema è rassicurante e ordinato. Il problema è che se ne frega beatamente delle diversità, di quelli che per essere se stessi non possono adeguarsi ai suoi meccanismi, delle volpi che hanno un istinto selvaggio su cui si misura la loro dignità. Se ne frega della felicità, anche se magari la inserisce nella costituzione.Vecchio, vecchissimo problema. Che non verrà risolto da un qualsiasi Mr. Fox.

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No, Wes Anderson non ha girato un film comunista, ma nel suo film gli animali (diversi e ugualmente repressi e perseguitati) si mettono insieme e rubano ai ricchi per dare a se stessi. Nel racconto di Dahl non c’è il malinconico, ambiguo happy end al supermercato di Wes Anderson (anche se tra gli appunti di Dahl c’erano disegni con volpe e carrello): le volpi hanno trovato il bengodi del consumismo, che diventa il loro paradiso. Non ci sono polli da cacciare in libertà? E noi ci prendiamo i vostri polli incellophanati all’Iper. Esproprio proletario.
E visto che in Wes Anderson la forma è la sostanza, animare i pupazzi dodici volte al secondo invece che ventiquattro, rifiutare i sistemi tecnici che permettono di dare più fluidità all’animazione, mostrare il “trucco” invece che nasconderlo, rifiutare la verosimiglianza espressiva in nome di un simbolismo grafico spassoso e rétro, ha molto a che vedere con questo discorso. 

L’atmosfera un po’ anarcoide e un po’ resistenziale del cartoon è esaltata dallo stile grezzo, dalla sfacciata diversità, dall’animazione a scatti, dalla frontalità ostentata (che era già negli altri film), dall’ordinata stilizzazione delle inquadrature che fatica a contenere il caos selvatico di Mr. Fox. La volpe si commuove quando incontra il lupo, «magnifica creatura», e ci commuoviamo pure noi, mentre il pugno chiuso si alza in primo piano, in soggettiva. Non è questione di nostalgia, ma di realtà, che c’entra così poco con la verosimiglianza (e con il comunismo). C’entra invece col senso di appartenenza a qualcosa che ci è stato tolto, a cui abbiamo rinunciato (…)

Da una parte bestie umanizzate, complesse (complessate),“resistenti”, originali almeno quanto lo è questo regista strambo e anarcoide. E dall’altra uomini imbestialiti e instupiditi dal senso della proprietà. Non è difficile scegliere con chi stare.

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