«Se dovessi scegliere una parola per definire la mia vita e la mia carriera, penso che sarebbe proprio questa: narratore». Lo dice Almodóvar e noi non abbiamo alcuna difficoltà a credergli.
Prendete il suo ultimo film. Per chi non se non se ne fosse accorto, in Volver ci sono un parricidio, due incesti, un uxoricidio, un cadavere trafugato, una morta che torna in vita, e altre cosette sparse (un funerale, un cancro, molestie sessuali...). Davvero troppo per chiunque voglia fare un film che non sia solo un’accumulazione grottesca di sfighe e violenze. Davvero troppissimo se il traguardo finale è una spiritosa commedia sulla morte con risvolti tragici – quel “genere” solo almodóvariano in cui la commedia fa davvero ridere e la tragedia è tragica sul serio, e le due cose convivono perfettamente senza bisogno di “contaminarsi” (…)

Ancora una volta, è impressionante la naturalezza con cui Almodóvar ci racconta questa turbo-novela, e più di ogni altra volta impressiona la linearità e la capacità di arrivare al dunque di ogni sequenza. Sapevamo già della sua predilezione per la vita vissuta alla massima intensità, e quindi per le “fette di torta” di cinema in cui c’è l’amore, la morte, la follia, la risata, tagliando il resto senza troppi complimenti, giocando coi flashback, i personaggi secondari che appaiono e scompaiono, le linee narrative che si disperdono in ogni dove.
Senza scomodare le follie del primo Almodóvar, in Tutto su mia madre cancellava giorni, mesi e anni con nonchalance e in Parla con lei capitava di leggere didascalie tipo «Vari mesi dopo» o «Quattro anni prima». Qui invece fila dritto con una trasparenza e anche una sobrietà (stilistica, oltre che narrativa) che fa gridare al “classico” (…)

«Mi ci è voluto del tempo per realizzare che mi interessava parlare della solidarietà tra le donne che regna in quel villaggio e della relazione del tutto naturale e per niente drammatica che loro intrattengono con la morte». Sì, perché intanto si era ricordato di alcune storie di fantasmi, riguardanti la sua famiglia, che aveva sentito raccontare per casa, e si è fatto rinfrescare la memoria dalle sorelle. Ed ecco il tema, ecco la storia: un fantasma che torna al mondo per dire alla figlia (e a noi) «che l’inferno e il purgatorio si trovano quaggiù , che la giustizia tra gli esseri umani è possibile ma è sulla terra che bisogna metterla in opera».
Perché raccontiamo tutto questo? Perché da qualche parte bisogna pur cominciare per carpire il “segreto” del narratore Almodóvar e diffonderlo ai profani. Così magari salviamo il cinema narrativo. Ad esempio: facciamo vedere nelle scuole quell’incredibile sequenza in cui si passa dalle risate alle lacrime (e ritorno) nello spazio di un appartamento e di poche inquadrature. Raimunda che piomba in casa di sua sorella, la tizia con lo shampo che parla da sola (mdp da dietro, con Raimunda che attraversa la farsa e si avvicina al mélo...), l’apparizione in tv di Agustina che allude al segreto di famiglia (corna e assassinio) e viene applaudita per il suo tumore, il formidabile (e commovente) approdo in camera con l’incontro sotto il letto e quel semplice «Mamma, che ci fai lì?».

Ha ragione Almodóvar, ovviamente, quando dice che il film andrebbe visto due o tre volte almeno, per godere i diversi livelli su cui è costruito. La prima volta non si fa molto caso alla tomba di mamma e papà, su cui inizia il film. Al fatto che la storia cominci dalla leggenda dei genitori innamorati morti abbracciati, salvo poi scoprire che là sotto ci sono i resti di un’altra e che la mamma in realtà è un’assassina. Non si fa caso a quelle fiamme viste in tv a casa dalla zia, alimentate dal vento (vento che rende folli), come un tempo il fuoco dell’omicidio di marito e amante. E magari non si pensa neppure al fatto che i dialoghi, tra le altre cose, si divertono a perlustrare ironicamente i luoghi comuni verbali della parola morte (da quella che va spesso alla tomba «per ammazzare il tempo», alla mamma-fantasma «morta per il viaggio») mentre la trama la rappresenta in
tutte le sue forme: violenta o naturale, romantica o banale, attesa da chi ha i giorni contati, celebrata socialmente, spettacolarizzata, accettata, vera, finta o metaforica, ridotta a un peso morto da trasportare con un furgoncino in affitto… (…)
E quanto ci sarebbe da dire anche sulla fenomenologia della solidarietà femminile, o anche solo sull’iconografia del mondo-donna, con l’altra sequenza da cineteca, in cui Raimunda ripulisce la scena del delitto con gli strumenti dell’igiene domestica, dallo scottex impastato di rosso intorno al cadavere, al mocio strizzato che sprizza sangue. Certo, in questi casi si capisce anche quanto sia benedetta l’intuizione avuta da Almodóvar tanti anni fa: pensava di avere la vocazione dello scrittore, poi capì di dover diventare un narratore-cineasta. Invece di uno scrittore bravino abbiamo un classico del cinema vivente. Deo gratia.

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